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sabato 28 marzo 2009

Facezie varie/Vino novello e meringhe al limone

Il vino novello è pronto ogni anno il 6 novembre e da quel momento si può vendere, fino ad esaurimento. A Natale ( se non prima) ne finisce la diaponibilità in tutte le enoteche italiane. Se ne vedi in giro è perchè è "invenduto", nessuno lo comprerà.
Nella mia enoteca il novello è atteso con ansia. Significa che già una decina di giorni prima del 6 novembre c'è fra i miei clienti austriaci chi infila la testa, senza aprire completamente la porta, e chiede "E' già qui il vino nuovo?" e se ne va via senza acquistare nient'altro. Quando il novello arriva, facciamo una degustazione comparata di tutti i tipi che sono disponibili da me e, con salame e formaggio in mano si decide qual' è il migliore, che poi verrà acquistato a cartoni.
Per uno dei produttori che mi forniscono credo di essere il dettagliante che ne vende di più nel nord est, più di molti grossisti. Perchè questo? Il Novello è un vino-non vino, nasce dalla macerazione carbonica che, in poche, pochissime parole, vuol dire mettere l'uva appena colta in grandi tini di inox, dove dalla fermentazione a temperatura controllata si ricava un succo, che non contiene i tannini delle bucce e dei raspi, è quindi un vero succo di frutta, profumato e leggero, non dolce perchè durante la fermentazione gli zuccheri si consumano.
In breve, è un vino molto più digeribile di qualsiasi altro vino. Inoltre ha dei profumi fruttati davvero freschi e gradevoli. I mie clienti austriaci sono abituati a bere birra e questo prodotto è quello che più si avvicina a ciò che a loro piace.
Tutto questo per dire che nella mia enoteca si vende ancora il novello, che è richiestissimo, specialmente dai clienti più anziani. E' evidente che però lo tengo un po' nascosto, se entra qualche cliente italiano potrebbe pensare che non l'ho venduto, che non so fare il mio lavoro. Ok, il tutto è abbastanza laborioso, ma si fa, da anni.
Oggi però ho imparato una cosa nuova.

Le meringhe. In Austria si trovano solo a Natale, dopo è roba vecchia. Qui da noi si vendono tutto l'anno, però un cliente austriaco che entra nella mia enoteca e vede le meringhe in esposizione pensa"..qui non vendono niente, hanno ancora la roba di Natale!".
Oggi una cliente me l'ha fatto notare: " Ma non riesci a vendere quelle meringhe? E'un po' che sono lì, da noi dopo Natale non le trovi!"

Valle a spiegare che sono appena arrivate, quelle nuove sono al limone perchè per Pasqua il giallo sta bene.

martedì 10 marzo 2009

Addobbi pasquali




E' ora di allestire un po' di addobbi pasquali. Ieri ho appeso le corone d'abete con le uova colorate. Sullo sfondo, so che sono noiosa, è in corso la nevicata quotidiana.

martedì 14 ottobre 2008

Lo Schartl.

Preparare lo Schartl è un momento rituale.
Le tradizioni della Valcanale fanno iniziare i festeggiamenti della Pasqua dal momento in cui termina la processione del Sabato Santo, la sera. Si ritorna a casa e ci si siede tutti attorno alla tavola e si mangia il prosciutto cotto che è stato portato a benedire nel pomeriggio.
Il prosciutto è affettato al coltello ed è succoso, morbido, saporito, specialmente se è stato cotto nella crosta di pane. Si accompagna alla crema al kren, preparata con la radice di rafano che si trova nei prati, si grattugia fine fine e a volte si mescola a mela grattugiata, altre volte a panna fresca.
Ma il centro dell’attenzione è riservato allo Schartl, il pane dolce alla cannella. Si pronuncia sciartl, la erre si accenna appena, l'accento è come a dire "sciarpa".
Ci vuole tanta esperienza e tanta pazienza perché riesca soffice e delicato; è un pane arrotolato, con all'interno uva sultanina e cannella, ed incredibilmente il sapore dolce si sposa bene con il saporito del prosciutto ed il piccante del kren.
Lo Schartl nasce dalle stesse tradizioni germaniche che hanno prodotto la Pinza goriziana, la Gubana delle Valli del Natisone, il Presnitz e la Putizza di Trieste, la differenza sostanziale nella Valcanale è la leggerezza del ripieno caratterizzato dalle spezie come la cannella e l’anice stellato, ripieno più leggero perché senza impiego di noci e cioccolato. In Austria si chiama Reindling, mentre nella Valle che sta alle spalle della Valcanale, la Gailtal, viene chiamato Schartl come da noi.
Ogni anno quando lo preparo ritorno indietro di un bel po’ di tempo, a quando (controvoglia) ho “dovuto” imparare a prepararlo da sola.
Avevo sedici anni, era domenica; all’uscita da messa la mia anziana vicina di casa, la stessa che aveva ospitato me e mia madre in quella notte d’inverno, mi ha fermata per dirmi che avevo l’età giusta per imparare a fare lo Schartl da sola e che mi aspettava per le due.
Il tepore primaverile consentiva finalmente di stare un po’ fuori e io avevo ben altri desideri che quello di passare così la mia giornata di festa. Non so se lei potesse aver avuto il dubbio che io non ci sarei andata, in realtà il pensiero non mi ha sfiorato assolutamente, era una cosa troppo “strana” quel breve colloquio sul sagrato. Quella vicina ci aveva regalato ogni anno lo Schartl fatto da lei, ora riteneva fosse giunto il momento di rendermi autosufficiente.
Nella cucina caldissima aveva già preparato tutti gli ingredienti sul tavolo. Mi ha avvolto attorno alla vita uno di quei bei grembiuli con la pettorina ricamata, due giri alle maniche della camicia e via. Toccava a me, lei “dirigeva” stando seduta vicino alla stufa.
Il ricordo più nitido che ho è il dolore alle braccia… lavorare quella pasta setosa così a lungo, a lei sembrava non fosse mai abbastanza lucida….e poi il ricordo del caldo del fuoco a legna ed infine il profumo dolce delle spezie e quello fragrante del pane, che ti penetra fin nei capelli e che a scuola il giorno dopo si sentiva ancora.
Ho conservato la ricetta, trascritta dal tedesco, mentre lo Schartl cuoceva nel forno, dettatami con pazienza con la sintassi irregolare di chi usa l’italiano come seconda lingua, e non è una ricetta ma una poesia.
Una cura maniacale dei particolari, rigore che del resto è fondamentale, una lavorazione lenta ed attenta, ed ogni gesto aveva un suo perché; in quella domenica pomeriggio mi sono stati trasmessi anni di esperienza e di ancestrali prove ed errori e riprove: tutto materiale molto prezioso.

Ho capito poi che in quel pomeriggio la mia anziana vicina non mi voleva soltanto trasmettere una ricetta, ma mi voleva regalare una nuova appartenenza.
A me che avevo radici familiari diverse, che come molti altri non ero parte di una comunità ristretta ed apparentemente chiusa, ricca di tradizioni e di valori, ma comunque una comunità diversa, proprio a me voleva aprire la porta di una casa sconosciuta, calda ed accogliente.
Tutto aveva il sapore di una cerimonia d’iniziazione: entravo nel mondo dei “grandi” prima di tutto, e poi in un mondo di “grandi-diversi”, di un’altra famiglia.
Questo atteggiamento di condivisione e d’accoglienza ha prodotto frutti immediati. Il dono prezioso che mi veniva fatto ha assunto da subito tutta l’importanza che doveva avere, ha sciolto come neve al sole la mia supponenza di adolescente e poi anche di “straniera”, mi ha aperto all’accoglienza e alla comprensione dell’altro. E’ su queste basi che nasce la multiculturalità, ed è una grande ricchezza.
Vorrei riuscire a dirlo a tutti quelli che hanno la fortuna di avere qualcosa da trasmettere, che hanno ereditato radici salde e profonde: le tradizioni si salvano facendone tesoro ma soprattutto condividendo con altri lo spirito che le anima e questo le terrà vive per sempre.