mercoledì 8 ottobre 2008

A cosa serve un fuoristrada

Micky ha un bel fuoristrada rosso che le è indispensabile per arrivare fino a casa, abita in cima ad una collina. Quando eravamo a Valbruna è stato utilissimo.
Aspettavamo un gruppo di assicuratori cecoslovacchi che sarebbero stati nostri ospiti per una settimana. Erano una ventina di persone, avevano vinto una vacanza premio che l’azienda offriva loro per l’impegno dimostrato sul lavoro. Ad accoglierli ci sarebbe stato anche il direttore generale della sede di Udine della compagnia assicurativa., una persona squisita, un vero signore, molto attento all’accoglienza.
Ci aveva portato il cd dell’inno nazionale cecoslovacco da mettere come sottofondo musicale all’arrivo della comitiva; da parte nostra noi lo avevamo stupito con le bandiere nazionali degli ospiti, appese all’esterno dell’hotel: avevamo la disponibilità di bandiere di tutte le nazioni, dopo le Universiadi.
E’ rimasto molto colpito dalla nostra efficienza, non sapevamo che lui avesse cercato una bandiera della neonata repubblica slovacca in tutta Udine, senza successo.
Stava nevicando e l’autostrada era bloccata.
Il pullmann con gli ospiti era fermo in colonna fra Villach ed il confine ed anche il direttore, che era andato incontro al gruppo fino a Klagenfurt, dove c’era stato un rinfresco con i colleghi austriaci, era con loro in autostrada.
Telefonava preoccupato, saltavano i programmi organizzati e calcolati al secondo: da persona precisa e attenta ai particolari com’era aveva calcolato tutti i tempi: l’aperitivo, la cena in baita, i discorsi.
Mi sono offerta di andare a prenderli, mi ha risposto quasi seccato: se l’autostrada era bloccata non c’era niente da fare.
Era ormai sera, era rassegnato a subire il destino.
Quando per l’ennesima volta gli ho telefonato “Proviamo a venire a prendervi?”, l’ho convinto per esasperazione.
Sono partiti tre fuoristrada, quello dell’agriturismo dove avrebbero cenato, verde brillante, quello di Marco, il socio dell’albergo che ce l’aveva lasciato per ogni evenienza, bianco, e in fondo alla carovana quello di Micky, rosso.
Simbolica, la bandiera italiana: non volevamo fare gli sbruffoni, ma è stata una bella soddisfazione quella di riuscire a combinare i colori.
Poi il resto della storia lo so dal racconto del Direttore assicurativo, io ero in hotel e non ho vissuto l’avventura.
“Nella tormenta, abbiamo visto arrivare sull’altra carreggiata tre fuoristrada, si avvicinano, si fermano alla nostra altezza. Ci hanno fatto salire e siamo arrivati sulla statale e subito in Italia. Sembrava un sogno”.
Li hanno portati direttamente nell’agriturismo dove erano attesi per la cena.
Hanno percorso tutta la Val Saisera con la luna piena e con una nevicata in corso, un sogno, difficile creare un paesaggio più fantastico.
Micky doveva ritornare a casa, era tardi e io solo salita fin lassù con il mio Doblò per riportare alcuni degli ospiti in hotel al suo posto. Nell’agriturismo l’organizzazione era in tilt perché la cena era iniziata con tre ore di ritardo e parte del personale era dovuto andare a casa.
Non era un problema, ho dato una mano a servire, avanti e indietro dalla cucina, nelle cucine si sta sempre bene.
All’uscita dell’agriturismo il gruppo ha preso congedo, salutando tutti, anche me, per loro ero la cameriera.
Poi ci siamo ritrovati in auto, ero l’autista del taxi arancione. Grazie, grazie mille, gran profusione di saluti da parte loro, all’arrivo all’hotel scambi di strette di mano e ringraziamenti.
Solo che io non sono partita, avevo la chiave del retro e dovevo aprire il portone per accoglierli.
Nella reception ho consegnato a tutti le chiavi: devono essersi chiesti se in questo paesino eravamo tutti uguali o se era veramente così come si diceva all’est, nei paesi che si stavano avviando all’europeizzazione: che per avere successo bisogna essere molto, molto flessibili.

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