domenica 5 ottobre 2008

Perchè non so sciare


Non so sciare.

Mi vergogno un po’ a farlo sapere in giro, evito di dirlo se posso, sto sul vago. Qui da noi solo gli imbranati non sanno sciare e quindi, non mi interessa niente, devo ammettere di essere imbranata.
Hanno tentato di insegnarmelo: mio zio Luigi ci ha messo un sacco di impegno. Ero la sua prima nipotina, aveva riposto grandi ambizioni su di me, l’ho capito da quanto ha investito nell’attrezzatura che mi ha regalato.
Ha usato il metodo “buttala in piscina e imparerà a nuotare” e invece di nuotare sono andata sotto. Avevo appreso un minimo di tecnica, ma l’istinto di conservazione ha avuto la meglio. L’attrezzatura da sci degli anni settanta era particolare, merita ricordarla nei particolari. Gli attacchi degli sci si azionavano premendo una leva a molla verso il basso, facendo forza con tutt’e due le mani. Appena riuscivi a sistemare gli attacchi, dando una bella spinta alle leve, sentivi sulla nuca lo schiocco delle bretelle, che nell’impeto si erano staccate dai pantaloni: anche quelle erano azionate da due leve che sembravano avere una reazione contemporanea ed opposta alle leve degli attacchi.
Sù la giacca fin sotto il mento, via i guanti : bisognava sistemare le bretelle dietro.
A posto, si va. “Stack!”, gli attacchi degli sci decidono che si riaprono, le leve si alzano e si ricomincia: leve, bretelle, guanti. Nel frattempo ti cadono le racchette e hai freddo alle mani. Un incubo.
Avrei dovuto superare quella prima fase, ma già lì ho rinunciato: stavo meglio a casa, a leggere al caldo, era molto più gratificante.
Durante l’adolescenza ho ripreso gli sci, facevo fondo e mi divertivo, ma sempre su dislivelli che lasciassero assopito il mio istinto di conservazione.
L’anno scorso mi sono fatta convincere dalle piccole, volevano andassi a sciare con loro, ho noleggiato un paio di sci carving e sono andata sulla manovia.
Gli sci carving sono più corti di quelli a cui ero abituata e sono decisamente più maneggevoli, ti trovi a curvare senza sforzo; gli scarponi sono molto alti e quindi hai l’impressione ti tengano in piedi senza che tu debba esercitare troppo l’equilibrio.
Tutto un altro mondo rispetto alle leve e alle bretelle.
Il vero problema quel giorno si è rivelata la relazione con gli operatori della fune.
Da lontano mentre arrancavo sulla pista, il macchinista mi ha accolto con un “Benve, mi raccomando, fai attenzione!”, sornione ma urlato sufficientemente ad alta voce per farne partecipi tutti i presenti.
Sulla manovia normalmente ci sono solo bambini e i loro genitori, al lato della pista, osservano. Ci vanno quelli che stanno imparando, praticamente è una fune che gira e sale, ci si attacca con tutt’e due le braccia e ci si fa trascinare in cima.
I gentili ospiti che non mi conoscevano hanno pensato dovessi avere qualche handicap nascosto, una gamba di legno magari, vista la particolare attenzione di cui sono stata fatta oggetto.
Superata l’umiliazione della partenza, l’operatore all’arrivo era già stato avvisato via radio che la Benve avrebbe potuto avere bisogno d’aiuto per staccarsi dalla fune.
Il giovanotto non mi conosceva, era uno di quelli che a cena a Valbruna non era venuto, ma io ero facilmente identificabile: indossavo la tuta delle Universiadi di mia figlia e normalmente quelli che girano con quella tuta blu addosso non hanno problemi di relazione con i propri sci.
L’operatore era già pronto all’uscita della casetta dell’arrivo e io, salendo pian piano attaccata alla fune, leggevo chiaro nei suoi occhi: ”Questa sarà dura da tenere in piedi, non deve essere un fuscello”. Non ho avuto bisogno del suo aiuto, grazie al cielo.
Con quella tuta e scendendo a spazzaneve non potevo non farmi notare.
Maria e Giuditta mi davano consigli opposti e ad un certo punto Maria ha preferito allontanarsi e far finta di non conoscermi. Avevo sperato ci fossero solo turisti sulle piste ed avevo sperato anche di riuscire a cavarmela nell’anonimato.
Molto delicati, devo dirlo, sono stati i maestri di sci.
Piroettando e danzando eleganti sulle tavole, ognuno davanti al suo gruppo di principianti, mi davano una prima occhiata e poi facevano elegantemente finta di non avermi visto, sono veramente molto psicologi.
Solo Cornelia, da lontano, mi ha fatto “Ok!” con la mano, e sottintendeva” Buttati, non è mai troppo tardi, vedrai che ti diverti anche tu!”.
Penso che dovrei prendere qualche lezione, per poter iniziare bene.
Penso comunque che andrò sullo Zoncolan a cercare un maestro, lì non mi conosce nessuno.




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