sabato 11 ottobre 2008

Qualche anno fa/ Quando c'era l'influenza aviaria




C’è un vino cileno in degustazione, ho invitato gli amici all’assaggio spedendo una newsletter.
Funziona come mezzo d’informazione, la newsletter: chi usa internet normalmente è curioso e chi è curioso assaggia anche il vino cileno.
Non è facile far assaggiare vini che non siano friulani o almeno italiani, noi siamo convinti di essere i più bravi del mondo a fare vino. Siamo bravissimi, ma ce ne sono anche altri di bravi, sul pianeta.
Questo vino è quello della vendemmia dell’anno scorso, è già pronto perché in Cile sono avanti di sei mesi con le stagioni, ero disorientata anch’io all’inizio sui tempi e le stagioni del Nuovo Mondo.
E' un Carmenere del Cile e l'azienda che lo produce è situata nei dintorni della città di Molina.
La descrizione che ho messo nella newsletter è più o meno questa: “Antica e rara varietà bordolese a bacca nera, derivante dalla "Vitis biturica", il Carmenere, conosciuto anche come Vidure, ha subito pesantemente gli effetti dell'epidemia di fillossera di fine Ottocento. Purtroppo l'uva era facilmente soggetta alla colatura (anormale caduta dei fiori, con conseguente produzione di grappoli composti da uno scarso numero di acini) e la coltivazione fu presto abbandonata, anche se sembra essere in grado di dare vini di grande qualità. Oggi e' praticamente quasi scomparso in Francia, mentre e' presente in Cile, scambiato per Merlot, ed in Italia dove e' stato confuso con il Cabernet Franc e dove e' stato recentemente riscoperto. Attualmente sta conoscendo una rinascita. In Italia, il Carmenère conta una superficie vitata di ben 4200 ettari, ma non può essere coltivato con il suo nome, né può essere utilizzato per ricavarne un vino che ne dichiari il nome in etichetta. Il Carmenere che vi proponiamo combina profumi di more mature e lamponi, con un finale di spezie e pepe e si abbina molto bene con del maiale o del pollo. “
Sul sito ho inserito una ricetta di pollo ripieno di radicchio e salsiccia, una ricetta che aveva provato Federico al corso di cucina e che mi è piaciuta molto.
E’ stata una scelta un po’ controcorrente quella di consigliare del pollo, lo ammetto: in questi giorni d’allarme per l’influenza aviaria, tutta la carne di volatile è tabù.
Secondo le direttive che ci inviano i media, naturalmente, e per un’isteria collettiva che televisione e giornali sembra si divertano a fomentare. Da novembre ad oggi 30.000 persone stanno rimanendo senza lavoro, mentre all’estero fanno la festa, acquistando la nostra carne in svendita.
Che stupidi siamo a farci abbindolare così!
Quelli che si allevano le loro galline dietro casa sono dovuti andare in questi giorni a denunciarle in Comune. Un mio amico che tratta le galline come sue nipoti, mi fa: “….ti rendi conto, a denunciarle, poverine, e non mi hanno fatto mica niente, solo uova fresche!” e ride, riusciamo a ridere anche delle cose grottesche.
Anche noi avevamo le galline dietro casa ed anche il maiale, visto che con gli avanzi riuscivamo a crescerlo più che bene. Poi nel 1966 c’è stata l’alluvione che si è portata via il porcile insieme con un bel pezzo di giardino ed i miei hanno rinunciato a quest’interessante attività d’allevamento, anche perché reperire dei norcini era diventato sempre più difficile.
Le galline invece hanno resistito di più, visto che eravamo completamente autosufficienti per la macellazione.
Penso spesso al fatto che se dovessi ammazzare una gallina morirei di fame, e questo forse perché non ho mai avuto fame.
La fame, quella vera, credo, ti apra un sacco di nuovi orizzonti.
Mia nonna ammazzava le sue galline e io quand’ero piccola in quei giorni le stavo lontano: si trasformava nel mio immaginario in una sanguinaria senza cuore, non sopportavo la cosa.
Invece non è che lo facesse proprio con grande serenità, me ne sono resa conto crescendo che per lei era comunque un’impresa difficile, che solo il senso del dovere le dava la necessaria determinazione ed anche la forza fisica per farlo. Avrebbe sicuramente preferito se ne occupasse qualcun altro.
Lei uccideva le galline trattenendone le ali, appoggiando il capo su un ceppo e dando un colpo secco con l’accetta. La testa si staccava e qualche volta la gallina se ne scappava correndo in tondo per il cortile.
Orrendo, come nel peggiore degli incubi. Invece credo che anche questo sia stato un bagaglio importante della mia formazione. Superare lo schifo della carne viva, delle interiora, sopportare la puzza delle piume sbollentate e poi strappate a mano, anche questo è stato importante pur se vissuto da spettatrice.
Ho imparato che era una cosa che andava fatta, per fortuna non la dovevo fare io, ma intanto capivo che si desiderava che io assistessi per imparare. Questo perché si riteneva che la mia completa autosufficienza, entrando nel mondo degli adulti, passasse anche attraverso la sopportazione di quelle scene cruente e di quegli odori sgradevoli.
La forza che uno ha dentro non nasce da sé, credo passi anche attraverso l’allenamento alla sopportazione.
Come nelle attività sportive ti sembra che il tuo allenatore stia tentando di ucciderti di fatica e poi scopri che quello che ti chiede ce l’hai già dentro, così vivere queste esperienze che noi oggi sembra vogliamo nascondere ai nostri ragazzi , per un malinterpretato concetto di “civiltà” contrapposto ad un’anima “primitiva”, e così facendo togliamo loro la possibilità di “soffrire”, di “stare male”, per imparare che con il male e con il disagio bisogna imparare a conviverci, che fa parte della vita, che poi passa.
Oggi ringrazio chi quella volta mi ha messo seduta abbastanza lontana da non potermi fare del male, ma abbastanza vicina da vivere quell’esperienza. Ho capito quando ho avuto dei figli da educare che comunque il mio essere lì in quelle occasioni non era mai stato un caso.
In breve ti abituavi anche a questo, diventava tutto naturale, giocando con le zampette delle galline e scoprendo come funziona il sistema dei nervi.
Quando mia nonna non c’era toccava a mio padre.
Il suo sistema era diverso, prendeva la gallina e le torceva il collo con decisione, la gallina moriva subito. Poi la appendeva a testa in giù, legata per le zampe, rimandando le operazioni di macellazione al mattino successivo.
Un giorno d’estate è sparito il pollo che avremmo dovuto mangiare a pranzo domenica, papà lo aveva appeso dietro casa e non c’era più. Un’impresa di Udine stava asfaltando la statale davanti a casa nostra proprio in quei giorni e mio padre si è arrabbiato moltissimo con il capocantiere: sicuramente era stato uno sei suoi ragazzi a fare quello scherzo di cattivo gusto, “Rubagalline!”, era alterato mio padre, credo che anche a lui non piacesse tanto ammazzare galline.
Quando è tornato nel pollaio per procedere ad un’altra esecuzione, poiché il pollo al pranzo di domenica era una tradizione, ha visto nel gruppetto delle galline una che se ne stava in fondo e sembrava soffrire d’ artrosi cervicale in fase acuta: lo osservava da lontano col collo storto.
Era facilmente riconoscibile con quel suo incedere leggermente obliquo ed è stata l’ultima ad essere ammazzata. Era ormai autunno e bisognava eliminarle tutte prima dell’inverno: lei è stata la più difficile da afferrare, scappava che sembrava potesse riuscire quasi a decollare con quelle sue alette striminzite, correndo di traverso.
Non so cosa avrebbe da dire la Protezione animali oggi, spero non mi incendino la casa, ma posso assicurare che per mio padre ogni esecuzione era un’impresa: ma se lo faceva sua suocera non doveva riuscirci anche lui? Eroi! Non so quanti uomini oggi siano in grado di avere il fegato di farlo. Bè, magari con la fame, si ragiona diversamente.

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