mercoledì 15 ottobre 2008

15 ottobre 2008


I post pubblicati fin qui sono stati scritti in momenti diversi lungo gli ultimi otto anni.
Da qui in poi sarà materiale fresco. Non avrò tanto tempo da dedicare al blog ... poi credo che forse è meglio scrivere quando le cose si sono decantate e quando le si vedono con occhi sereni. Fin qui ho raggiunto quello che desideravo, salvare le cose per me preziose, spero ora di non perdermi in chiacchere inutili e poco costruttive.

martedì 14 ottobre 2008

Lo Schartl.

Preparare lo Schartl è un momento rituale.
Le tradizioni della Valcanale fanno iniziare i festeggiamenti della Pasqua dal momento in cui termina la processione del Sabato Santo, la sera. Si ritorna a casa e ci si siede tutti attorno alla tavola e si mangia il prosciutto cotto che è stato portato a benedire nel pomeriggio.
Il prosciutto è affettato al coltello ed è succoso, morbido, saporito, specialmente se è stato cotto nella crosta di pane. Si accompagna alla crema al kren, preparata con la radice di rafano che si trova nei prati, si grattugia fine fine e a volte si mescola a mela grattugiata, altre volte a panna fresca.
Ma il centro dell’attenzione è riservato allo Schartl, il pane dolce alla cannella. Si pronuncia sciartl, la erre si accenna appena, l'accento è come a dire "sciarpa".
Ci vuole tanta esperienza e tanta pazienza perché riesca soffice e delicato; è un pane arrotolato, con all'interno uva sultanina e cannella, ed incredibilmente il sapore dolce si sposa bene con il saporito del prosciutto ed il piccante del kren.
Lo Schartl nasce dalle stesse tradizioni germaniche che hanno prodotto la Pinza goriziana, la Gubana delle Valli del Natisone, il Presnitz e la Putizza di Trieste, la differenza sostanziale nella Valcanale è la leggerezza del ripieno caratterizzato dalle spezie come la cannella e l’anice stellato, ripieno più leggero perché senza impiego di noci e cioccolato. In Austria si chiama Reindling, mentre nella Valle che sta alle spalle della Valcanale, la Gailtal, viene chiamato Schartl come da noi.
Ogni anno quando lo preparo ritorno indietro di un bel po’ di tempo, a quando (controvoglia) ho “dovuto” imparare a prepararlo da sola.
Avevo sedici anni, era domenica; all’uscita da messa la mia anziana vicina di casa, la stessa che aveva ospitato me e mia madre in quella notte d’inverno, mi ha fermata per dirmi che avevo l’età giusta per imparare a fare lo Schartl da sola e che mi aspettava per le due.
Il tepore primaverile consentiva finalmente di stare un po’ fuori e io avevo ben altri desideri che quello di passare così la mia giornata di festa. Non so se lei potesse aver avuto il dubbio che io non ci sarei andata, in realtà il pensiero non mi ha sfiorato assolutamente, era una cosa troppo “strana” quel breve colloquio sul sagrato. Quella vicina ci aveva regalato ogni anno lo Schartl fatto da lei, ora riteneva fosse giunto il momento di rendermi autosufficiente.
Nella cucina caldissima aveva già preparato tutti gli ingredienti sul tavolo. Mi ha avvolto attorno alla vita uno di quei bei grembiuli con la pettorina ricamata, due giri alle maniche della camicia e via. Toccava a me, lei “dirigeva” stando seduta vicino alla stufa.
Il ricordo più nitido che ho è il dolore alle braccia… lavorare quella pasta setosa così a lungo, a lei sembrava non fosse mai abbastanza lucida….e poi il ricordo del caldo del fuoco a legna ed infine il profumo dolce delle spezie e quello fragrante del pane, che ti penetra fin nei capelli e che a scuola il giorno dopo si sentiva ancora.
Ho conservato la ricetta, trascritta dal tedesco, mentre lo Schartl cuoceva nel forno, dettatami con pazienza con la sintassi irregolare di chi usa l’italiano come seconda lingua, e non è una ricetta ma una poesia.
Una cura maniacale dei particolari, rigore che del resto è fondamentale, una lavorazione lenta ed attenta, ed ogni gesto aveva un suo perché; in quella domenica pomeriggio mi sono stati trasmessi anni di esperienza e di ancestrali prove ed errori e riprove: tutto materiale molto prezioso.

Ho capito poi che in quel pomeriggio la mia anziana vicina non mi voleva soltanto trasmettere una ricetta, ma mi voleva regalare una nuova appartenenza.
A me che avevo radici familiari diverse, che come molti altri non ero parte di una comunità ristretta ed apparentemente chiusa, ricca di tradizioni e di valori, ma comunque una comunità diversa, proprio a me voleva aprire la porta di una casa sconosciuta, calda ed accogliente.
Tutto aveva il sapore di una cerimonia d’iniziazione: entravo nel mondo dei “grandi” prima di tutto, e poi in un mondo di “grandi-diversi”, di un’altra famiglia.
Questo atteggiamento di condivisione e d’accoglienza ha prodotto frutti immediati. Il dono prezioso che mi veniva fatto ha assunto da subito tutta l’importanza che doveva avere, ha sciolto come neve al sole la mia supponenza di adolescente e poi anche di “straniera”, mi ha aperto all’accoglienza e alla comprensione dell’altro. E’ su queste basi che nasce la multiculturalità, ed è una grande ricchezza.
Vorrei riuscire a dirlo a tutti quelli che hanno la fortuna di avere qualcosa da trasmettere, che hanno ereditato radici salde e profonde: le tradizioni si salvano facendone tesoro ma soprattutto condividendo con altri lo spirito che le anima e questo le terrà vive per sempre.

La nonna Mojca e la zia Tona


Non è vero che noi montanari siamo inospitali, siamo un po’ diffidenti, semplicemente, ma non siamo fondamentalmente ostili.
Si fa fatica ad aprire la casa, non lo so perché, sicuramente perché l’imprinting che ci è stato dato è questo.
Attraverso i secoli qui da noi sono passate orde di stranieri, e tutti hanno portato via qualcosa. Gli unni e i celti, i romani, l'esercito francese e poi gli austro-ungarici ed infine lo Stato Italiano. Ad ogni cambio sulla poltrona di chi decideva le sorti della valle qualcosa si è perso, perlomeno questa doveva essere l'opinione di chi qui ci viveva. Quindi nella testa c'è una prevenzione che fa parte del normale approccio con chi non conosci.
Ma non siamo inospitali, solo diffidenti.
Però quando la porta di casa si apre, lo rimane per ogni cosa.
Una volta che qualcuno si è guadagnato la nostra fiducia, gli diamo tutto, soprattutto in termini d’attenzione.
Per mia esperienza personale bisogna avere la pazienza e la coerenza di attendere che i tempi di ognuno maturino, bisogna saper rispettare questi tempi senza forzarli o permettersi di criticarli.
La mia esperienza personale più bella è di quando non andavo ancora a scuola.
Per una serie di circostanze incredibili io e mia madre, che a quei tempi non avrà avuto neanche venticinque anni, ci siamo ritrovate fuori casa, senza chiavi, era sera e nevicava sul serio. Credo di essere stata molto lagnosa, ma mi ricordo che avevo molto freddo, e papà non arrivava e mia madre non sapeva cosa fare.
La mamma non vedeva altra via d’uscita se non quella di chiedere ospitalità in una casa vicina. A quei tempi la casa più vicina era a 200 metri di distanza e la strada non aveva l’illuminazione pubblica; se racconto ai miei figli l’avventura, non la possono comprendere: oggi ci sono altre sei case in quel tratto, un incrocio e un’illuminazione da aeroporto.
Quella volta la casa vicina era lontana, era buio pesto, si scivolava e ci nevicava contro.
I miei genitori avevano costruito la loro casa lì da qualche anno e provenivano tutti due da due paesi limitrofi, a quei tempi non c’era molta comunicazione fuori paese.
Con quei vicini ci conoscevamo appena, sapevamo che erano tre donne, quando le incontravamo ci si scambiava qualche parola, ma ognuno sulle sue, come usa qui.
Prima ci si annusa per un paio d’anni, poi si vede e se è il caso si diventa amici, questi sono tempi normali da noi.
Quando abbiamo suonato il campanello, si è sentito risuonare lontano all’interno.
Dal vetro del portoncino si è vista una luce che proveniva da una porta in fondo, aperta e subito richiusa.
Un fruscio di pantofole, due giri di chiavistello e la porta si è socchiusa senza che nessuno chiedesse chi fossimo, oggi non lo faremmo più.
Una signora che a me sembrava anziana, non molto alta e dall’apparenza esile , con i capelli neri raccolti a crocchia dietro, un grembiule a fiori, ci ha detto solo “Buonasera”.
Mia madre le ha spiegato con poche parole il nostro problema, mi sembrava così giovane e insicura, una bambina anche lei.
La signora ha spalancato il portone, ci ha fatto entrare in un corridoio buio e freddo, dove ci siamo scrollate di dosso tutta la neve che avevamo sui capelli, sui cappotti, sulla scarpe.
Dal fondo si è aperta una porta più piccola, da cui proveniva la luce e si è affacciata un’altra signora anziana, un po’ meno magra.
Ci hanno fatto entrare in una piccola cucina, lì la temperatura era molto alta.
Entrando ho avuto la percezione che ci possono essere vari gradi di anzianità, mi ricordo che ho pensato che ci sono anziani giovani e anziani vecchi.
Vicino alla stufa c’era la madre delle due donne, con un fazzoletto in testa da cui uscivano fili di capelli completamente bianchi.
Era seduta accanto alla stufa a legna e vicino c’erano appoggiate due grucce. Era anziana-anziana, le altre due si erano trasformate ai miei occhi, non le vedevo più così vecchie.
Questo anche perché chi comandava lì era la signora seduta, dava ordini alle figlie come fossero fanciulle sprovvedute.
In un attimo ci avevano fatto sedere vicino alla stufa, via le scarpe ed i piedi appoggiati su un mattone caldo tirato giù dalla stube.
E mentre una delle due si occupava di metterci comode, l’altra, seguendo gli ordini secchi della madre, dettati in un dialetto che non comprendevo, diverso da quello di mia nonna, aveva messo sulla stufa una caffettiera ed era andata in uno stanzino.
Dalla porticina piccola vedevo nello sgabuzzino buio tante pentole su ripiani, salami appesi, barattoli.
Ne è uscita con due krapfen dorati, appoggiati su un piattino. Nel caffè leggero due cucchiai di panna fresca delle loro mucche, aveva un sapore indimenticabile, dolce e materno, mai più sentito.
E’ stato l’inizio di una grande amicizia, discreta e contenuta nelle effusioni.
Io ero ormai adulta, quando la signora magra che quella volta mi sembrava già anziana, la signora Mojca, in un momento in cui ero in difficoltà, è arrivata sulla porta come faceva lei, senza quasi farsi sentire, si è appoggiata allo stipite e mi ha detto “posso aiutare?” e si è messa semplicemente a lavare verdura in cucina, senza parlare.
Nell’ultimo periodo della loro vita le due signore non potevano stare più qui da sole, l’inverno era troppo lungo.
Hanno trascorso i loro ultimi mesi, per fortuna loro molto sereni, ospiti di una giovane pronipote in Piemonte.
La ragazza era stata cresciuta dalle due donne e dalla bisnonna e non vedeva l’ora di poter ricambiare tutto quanto le era stato donato.
Gianna è una mia grande amica, quasi una sorella maggiore, siamo cresciute assieme, abbiamo lavorato assieme e mi ha insegnato a parlare il tedesco, cosa di cui le sarò grata tutta la vita.
Mi ha raccontato che nell’ultimo periodo poco prima di morire la nonna Mojca si alzava di notte, si vestiva e voleva uscire per venire ad aiutarci, a volte faceva fatica a farle capire dov’era , che ora fosse e quanto fossimo lontani.
Ora quella casa è chiusa, Gianna ci viene solo per qualche giorno all’anno, ma è meglio così, speriamo tutti che non la vendano.
Io in particolare spero che Gianna possa venire più spesso, quando sarà in pensione e magari potremo programmare qualcosa insieme, cose che stiamo rimandando da almeno venticinque, no a pensarci bene, quasi trent’ anni. Progetti a lungo termine, allungano la vita.

sabato 11 ottobre 2008

Qualche anno fa/ In Andalusia/ Scuola di ospitalità


Però pensandoci bene, è bello andare in un paese straniero sapendo di trovare un punto d’appoggio, qualcuno che conosci e che ti tratta come un amico.
Anche a me è capitata un’esperienza del genere, quell’unica volta che sono andata a Jerez.
Veronica era in Andalusia per il progetto Erasmus, con l’Università.
Ha insistito molto perché andassimo a trovarla, abbiamo capito poi che le interessava sapere le nostre impressioni sull’Andalusia, su un certo signor Salvador e su un suo remoto, molto remoto, assolutamente non preoccupante, progetto di rimanere lì a trascorrere il resto della sua esistenza.
Per noi era una bella vacanza.
Avremmo volato per la prima volta, saremmo partiti con le due piccole e avremmo fatto scalo anche a Londra, insomma tantissime esperienze nuove per noi. Non mi vergogno a dire che era la prima volta che volavo: la mia vita era trascorsa molto intensamente e non era rimasto molto spazio per i viaggi, ma la cosa non mi mancava assolutamente. Avevo semplicemente altre priorità, il tutto era sempre rimandato a tempi futuri. L’insistenza di Veronica è stata provvidenziale, avremmo rimandato all’infinito.
A Jerez ho cercato di muovermi da sola. Non mi sono mai piaciuti i gruppi organizzati ed anche se il nostro era un gruppo piccolo, io ho bisogno dei miei tempi e dei miei momenti di riflessione per riuscire veramente a rilassarmi e a fare una vera vacanza. Per fortuna la mia famiglia mi capisce, non insistono a muoversi sempre tutti insieme.
Giuditta ed io siamo rimaste in hotel, mentre gli altri sono andati a Gibilterra , a Siviglia, a Cadice. Giuditta ha un’allergia al polline e in quella zona ventosa il cocktail di pollini era in continuo movimento, in modo particolare man mano che ci si spostava in direzione dell’Atlantico.
Siamo rimaste lì intorno e ci siamo divertite molto, proprio perché non eravamo due turiste e riuscivamo a mescolarci alla gente del posto.
Siamo entrate in una gelateria a metà pomeriggio, era quasi vuota, c’era solo una coppia in un tavolo tondo in fondo. Fuori era molto caldo, avevamo percorso una di quelle stradine strette dove non c’è tanta gente e l’avevamo vista per caso, una vetrina ad angolo. Dentro era molto bella, tanti specchi e tanti colori, e c’era una notevole scelta di gusti, per la maggior parte alla frutta.
Da fuori, dando un’occhiata prima di entrare, si poteva vedere un signore di mezz’età, con un grembiule bianco allacciato in vita, che puliva il vetro anteriore del frigorifero. Si affaccendava con molta energia, evidentemente per lui il caldo, che faceva procedere noi due al rallentatore, non era una variabile molto importante nel trascorrere la giornata.
Siamo entrate, prima Giuditta e dietro io. Il signore si è girato, ha messo tutt’e due le mani dietro la schiena e con un quasi impercettibile piegarsi in avanti, ci ha salutato, naturalmente in spagnolo.
Descrivere quel saluto non sarà facile.
Io ho avuto la netta impressione mi conoscesse, non solo, mi conoscesse bene.
L’intonazione era “ Che bene, siete tornate, piacere di vedervi!” come fossimo già state lì un’altra volta, l’anno prima o il giorno prima. Per un attimo ho pensato di conoscerlo veramente: io non ho girato molto nella mia vita, ma ho visto un sacco di gente del pianeta. Quando non c’era ancora l’autostrada, spagnoli, brasiliani, giapponesi, americani, erano clienti frequenti, arrivavano in pullmann e si mescolavano alla clientela austriaca e germanica. Li vedevi una volta e poi mai più, difficile che uno di loro potesse ricordarsi di te.
Ho concluso subito, è stata questione di qualche frazione di secondo, che questo signore, ero sicura, non avevo mai avuto il piacere di vederlo da qualche altra parte. Ciò non toglie che ho avuto la netta sensazione mi conoscesse, bellissima come impressione. Mi sono sentita praticamente a casa, ho abbassato le difese naturali che l’essere fuori dal tuo ambiente ti fa alzare in una prudente autodifesa.
Uscite da lì cercavamo un centro commerciale, sapevamo fosse nei paraggi, ma lì ogni incrocio è una rotonda con un monumento in mezzo, e a me tutte le rotonde sembravano uguali.
Il caldo a cui non eravamo abituate rendeva tutto più difficile. Ad un certo punto abbiamo chiesto ad un signore anziano, che si sorreggeva con un bastone “Scusi, ci può dire dov’è la Corte des Englais?”, ci siamo espresse in italiano, naturalmente.
Il signore aveva delle difficoltà a stare in piedi e a parlare, probabilmente aveva subito un ictus nei mesi precedenti. Mi sono pentita subito di averlo quasi importunato, aveva già le sue difficoltà a camminare. Ha fatto fatica a spiegarci che dovevamo raggiungere la seconda rotonda, dovevamo svoltare dopo quella dove ci trovavamo in quel momento.
L’ho ringraziato, era stato abbastanza semplice capirsi, nonostante le sue difficoltà d’espressione.
Ci siamo avviate verso la direzione che ci aveva indicato e abbiamo passato la prima rotonda, avviandoci alla seconda, quasi 200 metri dopo. Prima di svoltare dove ci aveva indicato, mi sono girata e il signore era ancora lì, in fondo, sotto il sole.
Quando ha visto che l’avevamo capito bene, ci ha fatto un cenno con il bastone ed ha ripreso lentamente il cammino.
Dovremmo imparare quest’atteggiamento, mi sono sentita molto meglio lì che non in tante altre occasioni qui attorno, dove ci conosciamo tutti.
Capita a volte che tu ti senta invisibile, un’entità che se c’è o non c’è è esattamente la stessa cosa.
Capita che nessuno dimostri un particolare piacere a vederti, che si dimentichi di salutarsi.
Magari forse fra noi ci conosciamo anche troppo bene, forse bisogna tenere conto di questo e delle antipatie personali.
Purtroppo però non si tratta di simpatia personale, perché è lo stesso atteggiamento che rivolgiamo anche al turista, verso il quale in teoria non dovremmo avere particolari prevenzioni.
Per noi è difficile, non siamo andalusi, c’è poco da fare.
Secoli e secoli di passaggi di predatori ci hanno reso particolarmente attenti all’arrivo dello straniero: prepariamo mentalmente la spada o la carabina per difenderci.
E’ il clima stesso che ci rende più rattrappiti, credo. Sarà dura far germogliare qualcosa che assomigli allo spirito “andaluso”, attutire la diffidenza, ci vorranno ancora un paio di generazioni.
Poi si sa che al freddo per far fiorire i germogli ci vuole più tempo.
Però, bello caldo, in Andalusia.

Il Brunello


La giornata oggi si presenta tranquilla: nevica ancora, questa volta di traverso. Vento forte, freddo, grigio.
Sembra di essere nella steppa del dottor Zivago, manca solo la musica di sottofondo, ma a quella provvedo io, il mio pc mi assiste anche da questo punto di vista. Non c’è nessuno in giro, poche anche le auto che passano. Ho pensato subito che oggi non verrà nessuno, staranno tutti a casa con questo “tempo da lupi”, come dice mio padre.
Sarà una giornata rilassata, farò un po’ di contabilità ed archivierò un po’ di carte.
Invece un Mercedes polacco ha parcheggiato proprio davanti all’ingresso, una coppia è scesa tutta intabarrata.
Li conosco, sarà una decina d’anni che passano e si fermano. All’inizio venivano a mangiare e adesso passano in enoteca, due, tre volte l’anno.
Avranno più o meno la mia età e non ci capiamo per niente: loro parlano solo polacco e io di polacco so a malapena i numeri. Non sanno una parola d’inglese, di tedesco, di francese, di spagnolo, niente. La comunicazione è all’osso, ma incredibilmente sono riuscita a guadagnarmi la loro fiducia.
Sono gente che a quanto pare è di mentalità aperta e curiosa, io ho sempre proposto quello che pensavo potesse andare bene per loro e pare si siano trovati bene, il tutto esprimendoci quasi esclusivamente a gesti.
Ho capito dopo qualche spiegazione che stanno andando a fare una settimana di vacanza sul Civetta e che passeranno tornando indietro. Lui ha in mano un dolce tipico polacco, sembra una sfoglia, è a forma di abete. E’ per me, che gentili.
Credo si occupino di importazioni, hanno un tenore di vita molto alto, non badano a spese. L’anno scorso lui è arrivato con un bigliettino con su scritto Brunello, gli avranno spiegato che è uno dei vini più cari e che quindi doveva provarlo.
Gliene ho fatti vedere 5 diversi , di varie annate ed ha acquistato sei bottiglie del più caro. Non potevo lasciarlo andare via così, volevo spiegagli che oltre al fantastico Brunello, ci sono tante altre cose interessanti da provare, meno famose.
Allora gli ho fatto vedere il vino che più mi piace e gli ho detto che “per me”, battendo la mano sul petto”quello era meglio, anche se costava meno” girando un indice puntato sulla guancia “di quello che voleva lui”.
Non aspettava altro, adesso lo compra sempre e ogni volta fa il gesto del dito sulla guancia, indicando poi me: “Che cosa piace a te ? Cosa mi proponi?”.
Tornano la prossima settimana, al ritorno.
Appena rimango sola, guardando il dolce che mi hanno regalato quasi mi commuovo: non so neppure come si chiamino.

Qualche anno fa/ Quando c'era l'influenza aviaria




C’è un vino cileno in degustazione, ho invitato gli amici all’assaggio spedendo una newsletter.
Funziona come mezzo d’informazione, la newsletter: chi usa internet normalmente è curioso e chi è curioso assaggia anche il vino cileno.
Non è facile far assaggiare vini che non siano friulani o almeno italiani, noi siamo convinti di essere i più bravi del mondo a fare vino. Siamo bravissimi, ma ce ne sono anche altri di bravi, sul pianeta.
Questo vino è quello della vendemmia dell’anno scorso, è già pronto perché in Cile sono avanti di sei mesi con le stagioni, ero disorientata anch’io all’inizio sui tempi e le stagioni del Nuovo Mondo.
E' un Carmenere del Cile e l'azienda che lo produce è situata nei dintorni della città di Molina.
La descrizione che ho messo nella newsletter è più o meno questa: “Antica e rara varietà bordolese a bacca nera, derivante dalla "Vitis biturica", il Carmenere, conosciuto anche come Vidure, ha subito pesantemente gli effetti dell'epidemia di fillossera di fine Ottocento. Purtroppo l'uva era facilmente soggetta alla colatura (anormale caduta dei fiori, con conseguente produzione di grappoli composti da uno scarso numero di acini) e la coltivazione fu presto abbandonata, anche se sembra essere in grado di dare vini di grande qualità. Oggi e' praticamente quasi scomparso in Francia, mentre e' presente in Cile, scambiato per Merlot, ed in Italia dove e' stato confuso con il Cabernet Franc e dove e' stato recentemente riscoperto. Attualmente sta conoscendo una rinascita. In Italia, il Carmenère conta una superficie vitata di ben 4200 ettari, ma non può essere coltivato con il suo nome, né può essere utilizzato per ricavarne un vino che ne dichiari il nome in etichetta. Il Carmenere che vi proponiamo combina profumi di more mature e lamponi, con un finale di spezie e pepe e si abbina molto bene con del maiale o del pollo. “
Sul sito ho inserito una ricetta di pollo ripieno di radicchio e salsiccia, una ricetta che aveva provato Federico al corso di cucina e che mi è piaciuta molto.
E’ stata una scelta un po’ controcorrente quella di consigliare del pollo, lo ammetto: in questi giorni d’allarme per l’influenza aviaria, tutta la carne di volatile è tabù.
Secondo le direttive che ci inviano i media, naturalmente, e per un’isteria collettiva che televisione e giornali sembra si divertano a fomentare. Da novembre ad oggi 30.000 persone stanno rimanendo senza lavoro, mentre all’estero fanno la festa, acquistando la nostra carne in svendita.
Che stupidi siamo a farci abbindolare così!
Quelli che si allevano le loro galline dietro casa sono dovuti andare in questi giorni a denunciarle in Comune. Un mio amico che tratta le galline come sue nipoti, mi fa: “….ti rendi conto, a denunciarle, poverine, e non mi hanno fatto mica niente, solo uova fresche!” e ride, riusciamo a ridere anche delle cose grottesche.
Anche noi avevamo le galline dietro casa ed anche il maiale, visto che con gli avanzi riuscivamo a crescerlo più che bene. Poi nel 1966 c’è stata l’alluvione che si è portata via il porcile insieme con un bel pezzo di giardino ed i miei hanno rinunciato a quest’interessante attività d’allevamento, anche perché reperire dei norcini era diventato sempre più difficile.
Le galline invece hanno resistito di più, visto che eravamo completamente autosufficienti per la macellazione.
Penso spesso al fatto che se dovessi ammazzare una gallina morirei di fame, e questo forse perché non ho mai avuto fame.
La fame, quella vera, credo, ti apra un sacco di nuovi orizzonti.
Mia nonna ammazzava le sue galline e io quand’ero piccola in quei giorni le stavo lontano: si trasformava nel mio immaginario in una sanguinaria senza cuore, non sopportavo la cosa.
Invece non è che lo facesse proprio con grande serenità, me ne sono resa conto crescendo che per lei era comunque un’impresa difficile, che solo il senso del dovere le dava la necessaria determinazione ed anche la forza fisica per farlo. Avrebbe sicuramente preferito se ne occupasse qualcun altro.
Lei uccideva le galline trattenendone le ali, appoggiando il capo su un ceppo e dando un colpo secco con l’accetta. La testa si staccava e qualche volta la gallina se ne scappava correndo in tondo per il cortile.
Orrendo, come nel peggiore degli incubi. Invece credo che anche questo sia stato un bagaglio importante della mia formazione. Superare lo schifo della carne viva, delle interiora, sopportare la puzza delle piume sbollentate e poi strappate a mano, anche questo è stato importante pur se vissuto da spettatrice.
Ho imparato che era una cosa che andava fatta, per fortuna non la dovevo fare io, ma intanto capivo che si desiderava che io assistessi per imparare. Questo perché si riteneva che la mia completa autosufficienza, entrando nel mondo degli adulti, passasse anche attraverso la sopportazione di quelle scene cruente e di quegli odori sgradevoli.
La forza che uno ha dentro non nasce da sé, credo passi anche attraverso l’allenamento alla sopportazione.
Come nelle attività sportive ti sembra che il tuo allenatore stia tentando di ucciderti di fatica e poi scopri che quello che ti chiede ce l’hai già dentro, così vivere queste esperienze che noi oggi sembra vogliamo nascondere ai nostri ragazzi , per un malinterpretato concetto di “civiltà” contrapposto ad un’anima “primitiva”, e così facendo togliamo loro la possibilità di “soffrire”, di “stare male”, per imparare che con il male e con il disagio bisogna imparare a conviverci, che fa parte della vita, che poi passa.
Oggi ringrazio chi quella volta mi ha messo seduta abbastanza lontana da non potermi fare del male, ma abbastanza vicina da vivere quell’esperienza. Ho capito quando ho avuto dei figli da educare che comunque il mio essere lì in quelle occasioni non era mai stato un caso.
In breve ti abituavi anche a questo, diventava tutto naturale, giocando con le zampette delle galline e scoprendo come funziona il sistema dei nervi.
Quando mia nonna non c’era toccava a mio padre.
Il suo sistema era diverso, prendeva la gallina e le torceva il collo con decisione, la gallina moriva subito. Poi la appendeva a testa in giù, legata per le zampe, rimandando le operazioni di macellazione al mattino successivo.
Un giorno d’estate è sparito il pollo che avremmo dovuto mangiare a pranzo domenica, papà lo aveva appeso dietro casa e non c’era più. Un’impresa di Udine stava asfaltando la statale davanti a casa nostra proprio in quei giorni e mio padre si è arrabbiato moltissimo con il capocantiere: sicuramente era stato uno sei suoi ragazzi a fare quello scherzo di cattivo gusto, “Rubagalline!”, era alterato mio padre, credo che anche a lui non piacesse tanto ammazzare galline.
Quando è tornato nel pollaio per procedere ad un’altra esecuzione, poiché il pollo al pranzo di domenica era una tradizione, ha visto nel gruppetto delle galline una che se ne stava in fondo e sembrava soffrire d’ artrosi cervicale in fase acuta: lo osservava da lontano col collo storto.
Era facilmente riconoscibile con quel suo incedere leggermente obliquo ed è stata l’ultima ad essere ammazzata. Era ormai autunno e bisognava eliminarle tutte prima dell’inverno: lei è stata la più difficile da afferrare, scappava che sembrava potesse riuscire quasi a decollare con quelle sue alette striminzite, correndo di traverso.
Non so cosa avrebbe da dire la Protezione animali oggi, spero non mi incendino la casa, ma posso assicurare che per mio padre ogni esecuzione era un’impresa: ma se lo faceva sua suocera non doveva riuscirci anche lui? Eroi! Non so quanti uomini oggi siano in grado di avere il fegato di farlo. Bè, magari con la fame, si ragiona diversamente.

giovedì 9 ottobre 2008

Sky Team from America & Valbruna Holidays





Gli americani trovavano naturale non si fumasse, era ovvio. Per loro ci sarebbero voluti altri divieti, dettati dal buonsenso europeo.
Il divieto di lasciare sistematicamente tutte le luci ed il televisore acceso, ad esempio. O le finestre spalancate con -15 ° all’esterno. Per noi che l’energia la acquistiamo a caro prezzo, nasce dall’educazione che ci viene impartita fin dall’asilo, il riflesso condizionato di spegnere le luci, abbassare il riscaldamento, staccare la spina agli elettrodomestici non utilizzati.
Loro non lo facevano apposta, non ci pensavano proprio, esulava dal loro stile di vita, nell’imprinting non gli era stato trasmesso il messaggio.
Fondamentalmente erano tutti clienti molto piacevoli, quasi nessuno aveva l’atteggiamento da colonizzatore. Avevano anzi un particolare rispetto per il nostro modo di vivere, comprendendo nella loro ammirazione allo stesso modo sia l’arte sia la cucina, sempre curiosi di scoprirne ogni sfaccettatura.
Esuberanti ed euforici, come credo lo saremmo stati anche noi sul Gran Canyon o visitando le cascate del Niagara (so di un gruppo di maestri di sci della valle che in Colorado si sono fatti notare, a Veil e ad Aspen se ne parla ancora di quella gita).
Fra tutti un gruppo in particolare ricordiamo spesso, sono stati con noi un’intera settimana alla fine di febbraio, il periodo migliore in inverno, qui in Valcanale.
Accompagnati da Marco, il socio del Valbruna Inn che per buona parte dell’anno vive in Colorado, erano un gruppo molto affiatato di ex sportivi, gente molto energica.
Stavano tutto il giorno sulle piste, la sera si cambiavano, una doccia e scendevano eleganti e trasformati, però senza scarpe.
Cioè , specifichiamo meglio, senza scarpe e senza calzetti, a piedi nudi, niente pantofole, finalmente liberi dopo essere stati costretti tutto il giorno negli scarponi.
Una sera ho ricevuto un messaggio perentorio sul cellulare appoggiato in reception: “Non siamo in piscina, per favore esigi un certo contegno!”, i clienti del bar non avevano trovato altro modo per esprimermi il loro disappunto e per farmi sapere che non gradivano lo spettacolo: si inizia così e poi si finisce ad organizzare delle serate con le cubiste, bisogna darsi delle regole.
Le loro abitudini alimentari erano legate molto agli stereotipi: spaghetti, pizza, difficile proporre cose molto innovative.
Una sera, a cena, in menù c’era anche del coniglio: c’è stato un mormorio, quasi come quello che ha prodotto la mia proposta di portare in tavola del cavallo ad una comitiva di inglesi.
Si guardavano fra loro credendo di non aver capito, ho cercato di spiegarmi meglio. “ Bugs Bunny”, ho accennato alle orecchie di un coniglio, la mimica delle cameriere è molto creativa.
Quando sono riuscita finalmente a farmi capire ho compreso subito che forse sarebbe stato meglio non riuscirci. Niente coniglio, per favore: le espressioni inorridite che avevo davanti erano le stesse che avrei prodotto se avessi proposto del gatto, cotto da vivo nel forno, a una comitiva di italiani.
Durante il loro soggiorno in Valcanale si sono divertiti molto, hanno girato quasi tutti i ristoranti e gli agriturismo della valle, lasciando dappertutto un bel ricordo.
Marco aveva loro spiegato che ogni gruppo, per dirsi tale, in Italia usa avere un proprio motto, qualcosa che lo distingua . Il motto andava pronunciato in coro, a voce alta, ogni volta che si entrava in un bar o in un ristorante.
La frase che Marco aveva proposto era breve, in lingua friulana ed era un conciso ed accorato inno alla fertilità femminile.
Se ne parla ancora di questi che entravano e tutti insieme sulla porta esordivano con questa frase che, per essere un motto funzionava benone: finita l’esibizione, tutti i presenti sorridevano molto accoglienti e tanti addirittura ridevano.
Oltre al profondo significato propiziatorio, bello era l’effetto della pronuncia friulano/americana, veramente pittoresca.
L’ultimo giorno Marco ha finalmente spiegato loro il vero significato dell’inno del gruppo, hanno riso tantissimo, ero presente alla scena e ho visto spalancarsi le loro espressioni in un’ilarità incontenibile.
Ad ogni buon conto il cerimoniale è continuato, imperterriti lo hanno eseguito anche in autogrill, fino in aeroporto: però è stato un vero peccato che al Marco Polo di Venezia la frase risuonasse in una lingua straniera e non producesse più quel caldo effetto di accoglienza cui si erano abituati in Valcanale.

Poveri fumatori


Qui fuori, vicino alla vetrina dell’enoteca, c’è quasi sempre un gruppetto di poveri fumatori, costretti a stare in castigo fuori al freddo. La tanto combattuta legge sul fumo è stata una sofferenza sia durante la gestazione sia durante il parto, ma ora, dopo più di un anno dalla “rivoluzione dell’aria pulita”, si dimostra vincente.
Si sta tutti meglio e si fuma meno. Quando capita di andare a cena in Slovenia o in Carinzia, il fumo che aleggia nell’ambiente è insopportabile, toglie il piacere di stare assieme e anche il piacere dell'assaporare il cibo, ci siamo abituati subito bene.
Dal punto di vista della salute nazionale è stato un grosso passo avanti, lo dico con lo scudo alzato, pronta a difendermi dalle frecce infuocate.
Ho lavorato per tanti anni in un ambiente dove il fumo faceva parte integrante del lavoro e ne ho sofferto tantissimo; la sera neanche con una doccia riuscivo a togliermi dai vestiti, dalla pelle, dai capelli, quell’odore acre. Uno dei motivi per cui ho cambiato quel lavoro che mi piaceva tanto, è stato anche questo.
Quando si è deciso che al Valbruna Inn non si fuma, per me è stato un grosso sollievo. La proprietà ci teneva particolarmente a questa regola: tutti gli ambienti erano decorati con tendaggi molto belli, c’era legno praticamente ovunque, nelle camere i piumoni soffici ...da questi materiali l’odore del fumo non si toglie più.
Non ho avuto grosse difficoltà a far rispettare la regola, non ho neanche mai dovuto mettere le mani sui fianchi e sfoderare l’autorità.
In realtà non avrei avuto grandi mezzi per farmi valere, se non una cortesia decisa e determinata. E’ successo solo un episodio, un momento “difficile”, ed è stato durante il campionato di sci degli avvocati. Uno di loro, seduto assieme ad altri atleti/colleghi in biblioteca, mi ha detto simpaticamente che nessuna legge mi permetteva di vietargli di fumare e che lui avrebbe fumato, se lo desiderava. E aveva ragione, se proprio voleva farlo, non avrei potuto impedirglielo.
Ho cercato di usare un tono accomodante, con accenti materni, mentre sorridendo gli dicevo: “Se lei fuma qui dentro, io introduco semplicemente la sua sigaretta e la sua testa nel caminetto acceso, vado dritta in galera per omicidio e così magari riesco a trovare il tempo per laurearmi”.
Omicidio colposo e premeditato, ma credo che non avrei avuto grossi problemi a trovare un difensore fra i suoi colleghi presenti.
Quell' avvocato in seguito è diventato un cliente cordialissimo, credo fosse per il fatto che ha intuito che se continuavo così, prima o poi avrei avuto bisogno di un buon difensore.
Chi invece è riuscito a prendermi in giro per bene sull’argomento è stato il mio dentista.
Era a cena da noi e lo avevamo mandato fuori, come tutti, se voleva fumare.
Aveva cercato inutilmente di eludere la sorveglianza visto che a Valbruna in gennaio era veramente freddo, era una di quelle belle sere in cui la neve scrocchia sotto i piedi
Noi non avevamo ceduto e questo essendo ben conscie di quanto può essere vendicativo il tuo dentista, anche solo in occasione della successiva pulizia dentale periodica.
Stando lì in terrazza con i suoi amici, il dottore ha notato il cartello che avevamo appeso vicino al portone d’ingresso : “FOR ANY PROBLEM PLEASE CALL CELL……” , serviva per i clienti che arrivavano tardi di notte, e c’era scritto il numero del mio cellulare, per ogni problema.
Il clima carbonaro che si crea sempre fra i fumatori in castigo ha fatto nascere da sé la goliardata; del resto il mio dentista è sempre stato, fin dai tempi del Liceo, uno che non ha mai perso occasione per sdrammatizzare gli eventi tragici.
Mentre lavoravo in sala, ho sentito squillare il mio cellulare in reception. Sono corsa velocemente a rispondere, una voce mi ha detto in inglese che aveva un grosso problema, a very great problem , ho chiesto come potevo essere utile e , sempre in inglese, mi ha detto “Mi hanno sbattuto fuori a fumare e ho tanto, tanto freddo”. E mentre cercavo di razionalizzare il problema, alzando lo sguardo, ho visto il gruppetto che dalla finestra del portoncino rideva facendo ciao, ciao, con la manina.
Che simpaticone, il mio dentista! Io comunque ad ogni buon conto ho approfittato per salvare il numero “riservatissimo” del suo cellulare, che già la mattina della domenica successiva mi è stato molto utile: ad un ospite dell’albergo si era spaccato un dente, era certamente mio dovere cercare di risolvere anche quel problema, a very great problem.

Perchè i cacciatori sono antipatici?




Abbiamo dovuto scegliere un regalo per un cacciatore: subito ti immagini un omone rude e assetato di sangue che beve vodka a 80°. La scelta in apparenza dovrebbe essere semplice.
Mentre propongo varie cose, mi dicono chi è il destinatario, è un cacciatore di quelli che sa anche commuoversi.
La grappa non gli piace: rivivendo certe serate passate assieme ci ricordiamo che lui serve la grappa a tutti e per sé versa qualcos’altro…cos’è?
Una cosa gialla? Limoncello o qualcosa di simile. Allora bisogna regalargli un liquore dolce, butto lì l’idea del liquore di cioccolato di Modica al peperoncino, che è accolta con entusiasmo; mentre preparo la confezione regalo, parliamo di caccia.
La figura del cacciatore, l’ho imparato durante l’organizzazione della Festa della Foresta, risente in maniera incredibile di stereotipi da cui non ci si allontana.
Parlando di caccia e cacciatori ho avuto molte più difficoltà che a parlare di pesca e pescatori, anche se ambedue le categorie ci procurano del cibo che poi mangiamo volentieri.
La figura del cacciatore è vista in maniera negativa, per principio: ho avuto quest’impressione, di cui non avevo cognizione, prima.
Quando abbiamo iniziato a pensare alla Festa della Foresta a me è toccato il compito di mettere attorno ad uno stesso tavolo le varie associazioni, dai micologi fino ai filatelici, realtà molto diverse, mi immaginavo una serie di problemi di comunicazione.
Invece non è stato difficile, si tratta di gente molto costruttiva, completamente autosufficiente nell'organizzazione e propositiva in questo tipo di collaborazioni; molti di loro li conoscevo già per altri motivi, ho scoperto in quell’occasione il loro impegno volontario in settori diversi da quelli del lavoro.
Non mi sono avvicinata a quel mondo con particolari prevenzioni mentali, ma mi sono resa subito conto che attorno al settore “caccia” c’è un muro di diffidenza e quasi di ”disgusto” che mi ha subito colpito. Qualcuno mi ha detto “….grazie, ti aiuterei volentieri, ma con i cacciatori non collaboro”.
Devo dire sinceramente che è un mondo che non conosco, con dei rituali che non ho capito e credo che non potrò capire mai.
Però sono cresciuta in un ambiente dove i preconcetti razziali, sociali, linguistici sono un bagaglio difficile da scaricare e se posso cerco di non caricarmi di altri bagagli inutili.
Quindi mi rivolgo sempre a tutte le realtà che non conosco con una decisa e conscia apertura mentale: ne faccio un punto di principio di non giudicare se non conosco, di non prendere l’erba e farne un bel fascio.
Provo a valutare quel mondo valutando le persone, prima di tutto.
I cacciatori sono stati disponibili, aperti, cordiali, collaborativi. Presi ad uno ad uno, sono persone sensibili ed educate, non violente, non prepotenti. Quelli che conosco meglio sono miei clienti e li vedo accoglienti e generosi, quando hanno ospiti a cena curano ogni dettaglio, proprio per il rispetto che all’ospite è dovuto. Anche durante la Festa della Foresta, la cerva che hanno cucinato per tutti, e la polenta e il vino che hanno offerto, erano stati scelti con l’attenzione che si riserva alle cose importanti.
Lo stereotipo del cacciatore ne viene fuori un po’ falsato: il cacciatore che ho conosciuto io è quello che ha fatto fuori il lupo per salvare Cappuccetto rosso e sua nonna, non ho ancora avuto l’avventura di incontrare Sterminator, che si muove nella boscaglia con la mitragliatrice imbracciata .
Per me forse è facile avere un atteggiamento non negativo nei loro confronti, i miei vecchi sono sicuramente sopravvissuti per mezzo della caccia.
Il bracconaggio, quella volta, era un concetto che non c’entrava niente con la legalità.
A quei tempi si mangiava il cervo. Punto. O non si mangiava niente. Si sarebbe mangiato più volentieri il pollo, ma non ce n’era. Mia nonna, una volta che avevamo del cervo per cena, ha detto “No grazie, preferirei di no, ne ho già mangiato abbastanza quand’ero giovane” ed è stata una delle poche volte che l’ho vista un po’ disgustata davanti ad una pietanza.
Certo che quei rituali che i cacciatori hanno, quel gergo per addetti ai lavori, quei mantelli verdi, possono dare fastidio, come dà sempre fastidio chi si crea una sua tribù dalla quale ti si esclude.
Penso che molta della diffidenza che si sente intorno al mondo della caccia nasca anche da questo.
Una ventina d’anni fa ho avuto il piacere di trascorrere in auto un paio d’ore alla settimana con due cacciatori, due fra quelli più presi dalla loro missione, che era quella del preservare la natura facendo una selezione, non quella di massacrare il creato.
Partivamo da Tarvisio, io ero seduta dietro e pensavo ai fatti miei e loro due, seduti davanti, fino all’arrivo non facevano che riportarsi cronache particolareggiate di battute di caccia.
Dopo un po’, volente o nolente, la cosa ti incuriosisce e impari termini nuovi. Ad esempio, bramire, io non lo sapevo, è il verso che gli ungulati fanno quando sono in amore. E’ un ululato alto, che si sente echeggiare da una parete all’altra della montagna e che è un segnale importante per i cacciatori. Molto altro di quello che dicevano non ho capito, né perché gli animali bramiscono, né perché è importante sentirlo.
Proprio il giorno dopo questa lezione di scienza venatoria, ero al lavoro,occupata nelle pulizie d’inizio stagione. Stavo pulendo, affondata per metà dentro un frigorifero di quelli per i gelati confezionati, che cercavo di pulire fino in fondo, rischiando ad ogni momento di spostare troppo il baricentro in avanti e ritrovarmi poco onorevolmente con la testa in fondo ed i piedi in alto.
Due cacciatori erano appoggiati al banco a qualche metro da me, stavano parlando già da un po’ fra loro, naturalmente l’argomento era la caccia.
Ad un certo punto ho sentito uno dei due che sosteneva che quell’anno non aveva ancora sentito i cervi.
Il loro gergo li legava, isolandoli da tutti gli altri.
Io, con la voce che usciva cavernosa dal fondo del mobile, ho accennato quasi fra me e me, che invece si era già sentito bramire in Val Bartolo, la notte precedente. Era necessario avere la pazienza di attendere fino alle quattro del mattino, per sentire qualcosa.
Il tutto continuando a strofinare lo stracio sul fondo, nascosta per metà nel frigo.
Avevo recepito in auto, il giorno prima, queste interessanti informazioni, non era evidentemente farina del mio sacco.
Non sono emersa dal frigorifero per vedere le espressioni degli addetti ai lavori: bisogna saper moderare la curiosità.

Manuela


Sono appena usciti due clienti di Hermagor, una coppia della mia età. Oggi avevamo tempo e, dopo che hanno acquistato il “vino-alimento”,la scorta mensile del vino da tavola, abbiamo avuto il tempo di assaggiare qualcos’altro assieme.
Abbiamo parlato un po’ di tutto e ho saputo che lui è veterinario e che loro due si sono conosciuti a Vienna, all’università. Hanno scoperto poi che non solo erano dello stesso paese, ma che lui, quand’erano piccoli, l’aveva investita in bicicletta e dell’incidente sono rimaste due belle cicatrici che mi hanno fatto vedere. “…ho fatto come faccio con le pecore, l’ho segnata e ho aspettato crescesse”, ha detto lui con lessico da veterinario, e si sentiva della tenerezza nella sua voce, che un po’ stonava col suo rude piglio.
Quante storie ognuno di noi ha da raccontare, quante vite su cui si potrebbero fare dei film.
Ognuno di noi ha la sua avventura e credo che Micky e Manuela ne avrebbero quante me da raccontare sul Valbruna Inn.
Manuela, ad esempio, ha vissuto tutte le esperienze da un’angolatura diversa, il suo punto di vista era particolare. Lei teneva tutto in ordine, questo era il suo compito e ne era orgogliosa. Se qualcuno diceva che al Valbruna Inn la pulizia era perfetta, il merito era solo suo e noi ci tenevamo a farlo sapere.
Si ricorda ancora dell’ingegner Federico che era talmente ordinato da metterle soggezione e lei in camera non aveva quasi niente da fare.
O di quella coppia di americani che erano così disordinati da avere vestiti dappertutto, anche nella jacuzzi, lasciavano tutte le luci accese e le finestre aperte con 15 gradi sotto zero: mai ho sentito disapprovazione maggiore per lo spreco.
Assieme preparavamo le colazioni al mattino e avevamo tempo di parlare.
Non ci conoscevamo bene, prima di iniziare quel lavoro assieme ci conoscevamo solo di vista ed era piacevole scoprire che avevamo la stessa lunghezza d’onda per quel che riguardava il lavoro, è difficile essere veramente così affiatati con qualcuno come lo siamo state noi due, anzi, noi quattro.
Si discorreva lavorando, affettavamo la frutta della macedonia, riempivamo coppette e cestini, mentre i dolci cucinavano.
Qualche cliente aveva intuito che al mattino presto l’atmosfera era molto diversa, più famigliare.
Era quella mezz’ora prima dell’inizio della “rappresentazione”, tutto era già pronto e si attendeva soltanto che gli ospiti scendessero.
C’era chi sapeva apprezzare qull’atmosfera, c’era un modo diverso di comunicare.
Queste persone scendevano prima ed approfittavano della tranquillità prima dell’inizio della giornata.
Anch’io, quelle poche volte che ho girato il mondo, ho cercato sempre di uscire dal circuito del turista, di riuscire ad entrare nello spettacolo passando da dietro le quinte.
I discorsi fra Tommaso e Manuela, ad esempio, al mattino erano molto esplicativi.
La mucca quella notte aveva partorito, c’era un vitellino nuovo, il camion del latte era arrivato in anticipo e avevano dovuto correre. C’era ogni giorno qualche novità.
So di qualcuno che, dopo aver appreso queste notizie riservate, è riuscito ad assaggiare del latte fresco, vietatissimo dalle leggi sanitarie correnti, ed ha ritrovato un sapore dimenticato.

mercoledì 8 ottobre 2008

Come funziona la pubblicità indiretta


Con quel gruppo è stato bello lavorare e sono arrivati da noi attraverso il mezzo più efficace: il passaparola, ma questa volta molto tortuoso.

Il passaparola e’ partito da Codroipo, dove un mio amico arredatore aveva parlato ad un suo amico assicuratore di questo gioiellino di albergo, in un posto carino.

L’assicuratore il giorno dopo era stato contattato dal suo direttore generale per andare con lui a scegliere una destinazione che facesse onore al Friuli per accogliere questi ospiti stranieri. Sembrava un puzzle organizzato nei particolari: la settimana dopo l’albergo era pieno, ed era bassa stagione.
Anche l’architetto Lorenzo era arrivato a Valbruna perché un’assistente di sua moglie, all’università di Udine, gli aveva consigliato questo piccolo hotel “ lussuoso, ma non pacchiano”. Non conosco quell’assistente che adesso credo sia diventato professore, non è stato nostro ospite; avrei voluto avere il modo di ringraziarlo per la presentazione accurata che ci aveva fatto e spero ancora di poterlo fare.
Il passaparola positivo credo sia l’unico mezzo per costruirsi una clientela soddisfacente e soddisfatta.
Se qualcuno mi dice” vai lì, che starai bene” indicandomi un albergo, un ristorante, un negozio, il consiglio vale molto di più di tutte le offerte che potrei trovare sui giornali e sui siti di settore.
Chi ti consiglia un luogo, però, lo fa se è veramente sicuro di non fare brutta figura e quindi deve essere veramente molto soddisfatto.
D’altra parte, e questo l’ho studiato a Ca’ Foscari, la pubblicità negativa è dieci volte più invasiva di quella positiva: se sei stato male in un posto, lo dirai a un sacco di gente, per tutta la settimana il pensiero non ti lascerà. Se sei stato bene, lo dirai solo agli amici.
Questa cosa mi aveva preoccupato un po’, durante quel periodo.

Il nostro impegno era quello di avviare quella struttura, di farla partire, che è la fase più delicata di un’azienda. Dovevamo riuscire a creare un plafond di clientela contenta: questo è il vero patrimonio dell’industria dell’accoglienza, una clientela fidelizzata che avrebbe a sua volta fatto promozione per noi.
Un ospite, un giornalista triestino, durante una serata davanti al caminetto, quasi disteso nella poltrona di pelle rossa, stanco, rilassato e felice mi ha detto:”Vi ringrazio per la bella atmosfera che trovo qui, ma vi dico già che non lo dirò a molti. Si sta così bene che vorrei ritornarci e trovare solo gente simpatica, starò attento a chi ne parlerò”.
Questo dettaglio non ce l’avevano spiegato alla facoltà di Economia, corso di Scienze del turismo .
L’impegno dell’accoglienza è quello di riuscire a mettere a proprio agio tutti. Inventandosi ogni giorno nuove soluzioni, a volte bisogna averne molta di fantasia.
Altre volte bisogna essere bravissimi a risolvere i problemi. Uno dei nostri ospiti più frequenti era un dirigente di un gruppo cui faceva capo anche un’impresa locale e , si fermava da noi un paio di notti ogni due settimane.
Ormai sapevamo tutto di lui: non faceva mai colazione, desiderava un bicchiere di latte prima di dormire.
Spesso ospitava altri dirigenti, per la maggior parte stranieri. Avvisava del suo arrivo all’ultimo momento, ma per lui c’era la camera 10, la più calda, visto che arrivava con l’aereo da un luogo del sole.
Un lunedì sera aveva deciso di invitare a cena i suoi due ospiti americani nel ristorante preferito e mi aveva chiesto di prenotare un tavolo per lui.
Quella sera il nostro hotel era chiuso ed io avevo attivato il trasferimento di chiamata sul mio cellulare, ho fatto tutto stando in auto.
Il suo locale preferito era inaspettatamente chiuso ed allora ho prenotato in un altro ristorante che sapevo gli sarebbe stato gradito. L’ho richiamato subito e gli ho comunicato il cambiamento di programma. Anche lui era per strada, assieme ai suoi ospiti viaggiava in una Porsche nera che io, che in quel momento avevo accostato a lato sul viadotto, potevo vedere in basso su una strada interna.
Porsche nere non ce ne sono molte in valle e in quel periodo di bassa stagione di auto ce n’erano comunque poche in giro.
Vedevo l’auto sportiva che era passata sotto il ponte e scorreva velocemente sotto di me passando davanti alla funivia.
Mi ha richiamato per spiegarmi che non si ricordava bene dove fosse questo posto dove avevo prenotato per loro. Sempre rimanendo al telefono, gli ho detto a quale incrocio doveva svoltare, e dall’alto vedevo la Porsche che si avvicinava con esitazione allo svincolo. Allora , mentre lui si trovava davanti a una scelta ed era evidentemente indeciso, io sono intervenuta ancora: “ecco vede, ci siamo, prosegua ancora un po’, adesso svolti a destra e continui in alto, faccia attenzione, piano, che c’è una buca prima del ponte, ecco adesso può parcheggiare lì e proseguire a piedi sul viottolo”.
In diretta. E per lui che mi immaginava nella reception del Valbruna Inn deve essere stata un’esperienza interessante di telepatia

A cosa serve un fuoristrada

Micky ha un bel fuoristrada rosso che le è indispensabile per arrivare fino a casa, abita in cima ad una collina. Quando eravamo a Valbruna è stato utilissimo.
Aspettavamo un gruppo di assicuratori cecoslovacchi che sarebbero stati nostri ospiti per una settimana. Erano una ventina di persone, avevano vinto una vacanza premio che l’azienda offriva loro per l’impegno dimostrato sul lavoro. Ad accoglierli ci sarebbe stato anche il direttore generale della sede di Udine della compagnia assicurativa., una persona squisita, un vero signore, molto attento all’accoglienza.
Ci aveva portato il cd dell’inno nazionale cecoslovacco da mettere come sottofondo musicale all’arrivo della comitiva; da parte nostra noi lo avevamo stupito con le bandiere nazionali degli ospiti, appese all’esterno dell’hotel: avevamo la disponibilità di bandiere di tutte le nazioni, dopo le Universiadi.
E’ rimasto molto colpito dalla nostra efficienza, non sapevamo che lui avesse cercato una bandiera della neonata repubblica slovacca in tutta Udine, senza successo.
Stava nevicando e l’autostrada era bloccata.
Il pullmann con gli ospiti era fermo in colonna fra Villach ed il confine ed anche il direttore, che era andato incontro al gruppo fino a Klagenfurt, dove c’era stato un rinfresco con i colleghi austriaci, era con loro in autostrada.
Telefonava preoccupato, saltavano i programmi organizzati e calcolati al secondo: da persona precisa e attenta ai particolari com’era aveva calcolato tutti i tempi: l’aperitivo, la cena in baita, i discorsi.
Mi sono offerta di andare a prenderli, mi ha risposto quasi seccato: se l’autostrada era bloccata non c’era niente da fare.
Era ormai sera, era rassegnato a subire il destino.
Quando per l’ennesima volta gli ho telefonato “Proviamo a venire a prendervi?”, l’ho convinto per esasperazione.
Sono partiti tre fuoristrada, quello dell’agriturismo dove avrebbero cenato, verde brillante, quello di Marco, il socio dell’albergo che ce l’aveva lasciato per ogni evenienza, bianco, e in fondo alla carovana quello di Micky, rosso.
Simbolica, la bandiera italiana: non volevamo fare gli sbruffoni, ma è stata una bella soddisfazione quella di riuscire a combinare i colori.
Poi il resto della storia lo so dal racconto del Direttore assicurativo, io ero in hotel e non ho vissuto l’avventura.
“Nella tormenta, abbiamo visto arrivare sull’altra carreggiata tre fuoristrada, si avvicinano, si fermano alla nostra altezza. Ci hanno fatto salire e siamo arrivati sulla statale e subito in Italia. Sembrava un sogno”.
Li hanno portati direttamente nell’agriturismo dove erano attesi per la cena.
Hanno percorso tutta la Val Saisera con la luna piena e con una nevicata in corso, un sogno, difficile creare un paesaggio più fantastico.
Micky doveva ritornare a casa, era tardi e io solo salita fin lassù con il mio Doblò per riportare alcuni degli ospiti in hotel al suo posto. Nell’agriturismo l’organizzazione era in tilt perché la cena era iniziata con tre ore di ritardo e parte del personale era dovuto andare a casa.
Non era un problema, ho dato una mano a servire, avanti e indietro dalla cucina, nelle cucine si sta sempre bene.
All’uscita dell’agriturismo il gruppo ha preso congedo, salutando tutti, anche me, per loro ero la cameriera.
Poi ci siamo ritrovati in auto, ero l’autista del taxi arancione. Grazie, grazie mille, gran profusione di saluti da parte loro, all’arrivo all’hotel scambi di strette di mano e ringraziamenti.
Solo che io non sono partita, avevo la chiave del retro e dovevo aprire il portone per accoglierli.
Nella reception ho consegnato a tutti le chiavi: devono essersi chiesti se in questo paesino eravamo tutti uguali o se era veramente così come si diceva all’est, nei paesi che si stavano avviando all’europeizzazione: che per avere successo bisogna essere molto, molto flessibili.

Lezioni di guida su neve e incontro con Babbo Natale


Piove, come previsto, ed è tutto grigio. La neve si sta sciogliendo a vista d’occhio e a terra c’è un velo viscido, è sufficiente si abbassi la temperatura di due gradi e abbiamo intorno un’ immensa pista di pattinaggio.
Come succede quando nevica, in questi giorni bisogna fare molta attenzione non solo a piedi, anche in auto, specialmente se sono giorni di festa.
Quando ho frequentato le lezioni per la patente di guida l’istruttore è stato chiaro: con un tempo così bisogna guidare come non avessimo i freni; se è necessario rallentare o fermarsi, bisogna farlo diminuendo la velocità e operando con il cambio.
E’ stato esauriente nella spiegazione e convincente nella dimostrazione pratica: nel piazzale ghiacciato dove stavamo viaggiando ha premuto con decisione sul freno usando i suoi comandi e l’automobile si è messa immediatamente di traverso, girando su se stessa. Ottimo modo per farti capire le cose, ho quasi sbattuto la fronte sul parabrezza, non dimenticherò l’insegnamento.
Chi non ha avuto la fortuna di frequentare le lezioni di guida con lo yeti queste cose le impara con l’esperienza.
Durante i giorni di festa, nei fine settimana, quando nevica viaggiare è pericoloso perché c’è tanta gente in giro che prova questa interessante esperienza lungo i vicoli della valle. In quei giorni fra gli autisti locali c’è la parola d’ordine: si sta a casa, e a meno di emergenze, l’auto sta al sicuro.
In particolare spaventano i SUV, quei fuoristrada altissimi, 4x4, megagalattici e cromati, con l’interno in pelle umana depilata.
Se guidi un automezzo di quelli, ed ho provato, ti cambiano, tuo malgrado, tutte le regole mentali.
Stai seduto ben più alto rispetto alle utilitarie che hai attorno e senti la potenza e la forza del motore che hai davanti.
Ne va da sé che ti senti Babbo Natale sulla slitta, con le renne in fila per due: si vola!
Il problema è fermarsi. Allora è interessante notare l’espressione di Babbo Natale che passa lentamente da un’euforia carica di autogratificazione ad una perplessità con tanti punti di domanda attorno: gli occhi si spalancano mentre l’auto non ubbidisce più e se ne va per conto suo; per un attimo sembra ci sia un’epidemia di ipotiroidismo, i bulbi oculari sembrano schizzare fuori come nei cartoni animati giapponesi.
Di solito i valligiani a piedi assistono alla scena stando ben riparati nel mucchio di neve, nel quale sono balzati come lepri. La rappresentazione avviene al rallentatore, c’è tutto il tempo per prepararsi e fare il tifo per il grosso veicolo, è un vero peccato rovinare quel gioiello.
In genere il gioiello ha la meglio sull’utilitaria che ha avuto l’avventura di trovarsi sulla sua traiettoria: i suoi paraurti sono talmente alti che arrivano al naso dell’autista rattrappito nella sua macchinetta.
Sia ben chiaro, non è invidia la nostra: qui da noi se il fuoristrada è necessario per andare nelle malghe o per scendere da sentieri impervi, si compra, è un mezzo di lavoro. Magari non con la pelle umana all’interno e neanche con l’impianto hi-fi.
E’ che, se non serve, il fuoristrada, è solo esibizione, e l’esibizionismo fra i montanari si prende in giro, non si ossequia.
Con il mio doblò vado praticamente dappertutto, con qualsiasi tempo. Con i pneumatici lamellari, certamente , e con la calma.
Una volta ho perso la calma. Avevo dovuto fermarmi in salita e buttarmi col muso dell’auto nella neve per far passare un fuoristrada. Ho visto praticamente solo una scritta giapponese davanti e i mozzi delle ruote che mi arrivavano agli occhi. Che caspita, se hai il 4x4, vai tu nel campo che poi riesci a venirne fuori!
L’auto è sparita rombando dietro la curva. Il mio doblò faceva il possibile, ma di traverso e inclinato, con le ruote di destra scomparse nel prato, miracoli non ne faceva.
Sarebbe bastata una spinta, ma Babbo Natale doveva andare velocemente a consegnare regali, credo, non avrebbe avuto un’altra giustificazione valida per comportarsi così e sparire dietro la curva.
Avanti e indietro a cercare di venirne fuori, è successo che la leva del cambio mi è rimasta in mano.
Preferisco non commentare ulteriormente questo grave avvenimento.
Il giovane meccanico che è venuto a recuperarmi mi ha redarguito: “Signora, il cambio si usa con due dita, non con due braccia!”.
Ce l’avevo ancora in mano, il cambio, in quel momento, il giovanotto non sa cosa ha rischiato.

Molti amano il loro lavoro / La professionalità della cameriera


Conosco molte persone che amano il loro lavoro ed è bello lavorare con loro. Micky, sicuramente e anche Manuela.
Poi Roberta, la mia parrucchiera.
Io non prendo decisioni in merito ai miei capelli, le ho delegato la mia immagine, ognuno deve fare il suo lavoro: io mi occupo di vino, lei si occupa di teste. Con me osa spesso soluzioni nuove perché è una delle poche persone che hanno capito il mio carattere: sa che mi piace cambiare, sono aperta alle novità estetiche, evitiamo la noia dove possibile.
Non ho un’immagine definita di me stessa, del resto siamo tutti in continua evoluzione, basta capirlo.
A Natale, un paio d’anni fa, Roberta ha deciso per alcune meches color salmone. Carine, un tocco di colore, non erano troppo appariscenti e a me piacevano.
Al Valbruna Inn il commento dei frequentatori del bar è stato piuttosto sarcastico “Se questo è il Natale, per Carnevale cosa combini?”. Io non me la sono mai presa per questi commenti, è il modo che i nostri uomini hanno per fare dei complimenti, per farti capire che hanno visto in te un cambiamento.
Sono fondamentalmente timidi, dire a una che sta bene in un certo modo, è una smanceria da smidollati cittadini.
Quella sera Roberta era a cena da noi con alcuni amici. Le ho chiesto di venire con me l’ho accompagnata al bar: la decisione era stata sua e doveva assumersi le sue responsabilità. I miei amici non si aspettavano di doverla incontrare personalmente, non è facile dire ad un artigiano/artista che non ci piace come lavora: in realtà Roberta è una donna molto bella, elegante e con un sorriso disarmante, non avrebbero potuto dirle proprio niente, direi che sono rimasti senza parole.
Adesso quando sanno che sto andando dalla parrucchiera si raccomandano di porgerle i loro più affettuosi saluti e i complimenti per i miracoli che riesce a fare con una capigliatura “difficile” come la mia. Il potere della seduzione femminile!
Silvia fa il suo lavoro con passione ed attenzione. Lavora in un negozio di abbigliamento nella Bassa Friulana, e si sa come è difficile essere cordiali vendendo vestiti.
Lei si fa notare: porta i capelli grigi tagliati a spazzola con tanto gel e le stanno benissimo. Non è una commessa, è una professionista. Ha accumulato anni di esperienze che sono un bagaglio impagabile: conoscenza dei tessuti, delle linee, ma soprattutto dei caratteri delle sue clienti. Si ricorda cos’hai comprato l’anno scorso e ti consiglia l’abbinamento con quello che stai comprando, non ti nasconde ipocritamente i tuoi difetti, te li fa notare e cerca una soluzione al problema.
Si informa su quello che fai e a cosa ti servono i vestiti, ma senza essere invadente e curiosa.
Una volta passava per Tarvisio andando in Austria ed è venuta a trovarmi per capire dove lavoravo: quando ci siamo viste la volta successiva mi ha consigliato un tailleur che aveva messo da parte “…per te è l’ideale, perché quando sei al Valbruna Inn è caldo, ma se devi uscire ad accogliere i clienti o a scaricare le merci, ti basterà questa giacchettina e sei comunque a posto”, il vestito adatto all’occasione, al clima e al lavoro, i professionisti curano anche questi dettagli.
Persone così sono difficili da trovare: hanno la sicurezza che gli deriva dal conoscere le proprie capacità e le esprimono al meglio. Ricevono grandi soddisfazioni e questo è il miglior carburante per ritrovare nuova carica ogni giorno.
L’essere conscio che quello che stai facendo è importante, qualsiasi cosa sia, ti rende capace di esprimerti al meglio.
Purtroppo spesso capita che invece sia tu stesso che svaluti il tuo lavoro e così di soddisfazioni ne hai poche.
Ho fatto un colloquio di assunzione ad un ragazza, per un posto di cameriera. Aveva un diploma di perito commerciale e il suo obiettivo era quello di “fare l’impiegata”. Ok, è giusto avere delle ambizioni, con pazienza e costanza prima o poi si spera di arrivare dove si vuole.
Mi ha annunciato che intanto, mentre aspettava di trovare qualcosa di meglio, si adattava “anche” a fare la cameriera. Mi è montata dentro una furia, una voglia di prenderla aclci che ho fatto fatica a trattenere. Non mi capita spesso, per fortuna, ma riesco a mascherare male il mio disappunto.
Intanto che quella graziosa fanciulla non trovava “qualcosa di meglio da fare” era bene stesse a casa. Non avrebbe apprezzato il suo lavoro e non ne avrebbe avuto alcuna gratificazione.
Ma come? Si “adattava” a fare la cameriera? Come fosse un lavoro umiliante!
A volte mi rendo conto di essere un po’ drastica, ma è più forte di me, ognuno ha le sue convinzioni e quando si tratta del mio lavoro, divento violenta.
Fare la cameriera è uno dei lavori più impegnativi che io conosca, e di lavori ne ho fatti tanti.
La cameriera ideale è una psicologa, che conosce le lingue, ha una buona conoscenza della merceologia e delle apparecchiature tecniche, è elegante e discreta.
Sì. E poi, che cosa ancora?
E’ veramente così. E’ psicologa perché sa adattare il suo comportamento al cliente che ha davanti: quando il cliente usa un tono di voce elevato anche lei userà la stessa tonalità altrimenti potrebbe sembrare un rimprovero ed un invito all’interlocutore a moderare il volume; se il cliente ha un tono di voce sommesso deve istintivamente abbassare il suo , altrimenti potrebbe sembrare un invito a darsi un po’ di animo e a tirare su la voce.
E’ psicologa perché con uno sguardo deve saper esprimere tante cose: quando entra un cliente e non è possibile dedicargli subito l’attenzione necessaria, sarà importante uno sguardo, un cenno, un sorriso, per comunicargli “…ti ho visto, appena posso sono da te, ti chiedo un attimo di pazienza…” e normalmente il cliente ha pazienza, capisce che stai facendo il possibile per arrivare da lui. E attende pazientemente.
Una buona cameriera è bene conosca almeno due lingue e sappia essere in grado di comunicare anche in altre, creandosi dei collage di gesti e intuizioni, che riescano a mettere a suo agio il cliente.
Deve saper sostituire velocemente il rotolo della carta termica nel misuratore fiscale e regolare al millimetro un macinino per caffè, sempre sorridendo.
Deve saper usare un cacciavite per smontare le docce erogatrici della macchina espresso per pulirle ogni sera, deve saper calcolare iva e ricarichi per decidere un prezzo e contemporaneamente deve essere attentissima agli incassi.
E’ assolutamente necessario conosca la differenza fra un whisky irlandese e uno scozzese e fra un’acquavite e una grappa.
Deve essere agile e veloce senza mai apparire in affanno: l’agitazione produce stress nel cliente, che invece desidera dedicare i minuti di quella sosta per vivere un momento di rilassamento.
Deve essere elegante ma non appariscente; gradevole alla vista ma senza attirare troppo l’attenzione su di sé. Si sa che le signore clienti non gradiscono la concorrenza, un bar con una cameriera troppo appariscente perderà presto buona parte del pubblico femminile.
Se invece non cura la sua immagine ed è sciatta, dimostra scarso rispetto verso il suo lavoro ed il cliente. Deve essere esteticamente interessante, senza arrivare ad essere invadente.
La cameriera deve imparare a celare i suoi problemi personali, deve lasciarli a casa, e quando lavora deve apparire serena e rilassata. Insomma, saprà essere anche una grande attrice.
E poi deve essere simpatica, deve saper ascoltare, comunque sempre molto discreta, senza fare domande e ricordando che il segreto professionale in questo campo è d’obbligo.
Esistono le cameriere così, ne conosco molte.
Mariella, ad esempio, che per fare un cappuccino usa due brocche di metallo, non di ceramica che con la mano non senti bene la temperatura , una per la schiuma e una per il latte e mentre lo prepara non ti parla perché sta creando.
Sa di essere una professionista e sa quanto vale il suo lavoro, ne è orgogliosa, non desidera fare altro. Ha tutte le caratteristiche elencate sopra ed in più per ognuno che entra ha una parola, un veloce sorriso, un commento che ti fa sentire al centro dell’attenzione.
Persone preziose queste cameriere, peccato che non tutti lo comprendano, specialmente le giovani aspiranti impiegate.

Perchè amo il mio lavoro


La maggior parte dei miei clienti beve poco. Cioè beve bene. Comprano il vino “per ogni giorno”. Un bicchiere a pasto di un vino rosso: come dicono loro, un “Lebensmittel”, la traduzione letterale sarebbe mezzo di vita, alimento.
Come si compra il pane e il latte, così si compra del vino, che deve permetterti poi, dopo il pasto, di essere in grado di tornare a lavorare.
Per la domenica, per il compleanno, per Natale e Pasqua invece si gioca.
Per i regali di compleanno è sempre una sfida: chi riceverà il regalo è un esperto? Allora bisogna stupirlo con qualcosa che non conosce.
E’ anziano? Andiamo su cose consolidate, nomi conosciuti, sapori classici, etichette con un po’ d’oro..
E’ un curioso? Cerchiamo un gusto diverso, un vino autoctono con forte personalità.
Per un anziano curioso ed esperto abbiamo le chicche, è veramente un piacere trovare qualcosa di interessante per una persona così interessante.

Per Natale e per Pasqua invece analizziamo il menù: scegliamo pochi vini che vadano bene su piatti diversi. Poi non dobbiamo mai dimenticarci della sorpresa finale: quando nessuno si aspetta più niente, è importante portare in tavola un bel vino da dessert, da meditazione.
E così via, senza sprechi, senza seguire le mode e le guide o perlomeno senza prenderle come una bibbia.
Capita spesso che i clienti arrivino da me per la prima volta proprio quando hanno in programma una festa grande, arrivano da me inviati da altri amici/clienti. Di solito capitano qui in occasione di una matrimonio.
Allora aggiungiamo a tutto il gioco dell'abbinamento con piatti di tradizioni diverse dalla mia, anche le etichette con la foto degli sposi sulla bottiglia.
E l’augurio che nella loro unione succeda sempre come a Cana, che al momento giusto arrivi qualcuno ad aiutare a risolvere i problemi.

Il mio è un bel lavoro, mi piace.
Qualche volta c’è da avvilirsi, ma come succede in tutte le cose e in tutti i lavori.
Capita, quando si apre la porta ed entra l’esperto, quello vero, quello che sa tutto di tutto e cerca cose incredibili, spesso perché le ha viste su riviste specializzate.
Tu cerchi di spiegargli che scegli il vino perché ti ha convinto, non perché ha convinto il critico eno-gastronomico di turno.
Cerchi di spiegargli che di vini diversi in Italia ne abbiamo migliaia e che una scelta va fatta e quella che proponi è la scelta che hai fatto tu.
Vedi che non ti segue, neanche ti ascolta; in fin dei conti ha ragione, cerca una determinata cosa e il resto non gli interessa, non riesci ad accontentarlo e ti dispiace, ti senti inadeguato, forse hai sbagliato tutto.
Poi ti passa, specialmente quando arriva il prossimo, quello che ti dice” Cos’hai scoperto di bello da propormi?”
Fantastico, un amico.

domenica 5 ottobre 2008

Ti auguro di scaldare fra le mani un ballon di vino siciliano


Ieri pomeriggio è stato qui un giornalista di un settimanale che sta facendo un servizio sulla Valcanale, era accompagnato da un fotografo. Simpatici tutte e due, distrutti dal tour de force fra pranzi in agriturismo e discese sulla neve.
Mi avevano avvisato che sarebbe venuto, ho capito in quel momento che voleva intervistare me, pensavo dovessimo parlare dell’offerta locale nel campo eno-gastronomico.
Il fotografo ha scattato due foto che spero non pubblichi, le solite iconografie che indicano che tu vivi per il vino, mentre per me il vino è sì e no il 30% di quello che mi occupa nella vita.
Il giornalista ha preso un blocchetto per gli appunti e i miei clienti austriaci che entravano e uscivano pensavano avessi un controllo della guardia di finanza, da loro funziona così, ed erano piuttosto intimoriti.
Il giornalista ha iniziato dicendo “Come mai questa scelta di dedicarsi interamente al vino? Da dove nasce questa passione?” Accidenti, e sembrava convinto.
Non è una passione, è un lavoro e il lavoro va fatto meglio che si può. Non l’ho scelto e comunque ho “deciso” che mi piace. Non ho grandi passioni, le passioni ti prendono tutto te stesso, mentre dovremmo cercare di non farci prendere completamente da niente, di lasciare spazio a tante facce del nostro esprimersi.
Come facevo a spiegargli una cosa del genere? Non c’entrava niente col fatto che lui fosse qui a capire cosa fa uno che vende vinoin montagna.
Abbiamo parlato di tante cose, ho scoperto che ha scritto un giallo e gli ho raccontato che Salva fa il suo stesso lavoro e che è stato in Sudamerica, per un servizio difficile che l’ha fatto riflettere, un’esperienza che aveva provato anche lui.
Abbiamo parlato del paese da dove proviene lui, sulla montagna dell’Appennino e delle tante similitudini con questa montagna.
Poi abbiamo parlato anche del mio rapporto col vino.
Il primo corso di sommelier l’avevo iniziato quasi per caso: era un periodo in cui non avevo tanto lavoro e poi le lezioni si svolgevano qui, un evento, non era mai successo.
Avevo sempre avuto a che fare col vino, per un motivo o per l’altro e sapevo di non sapere niente sull’argomento.
Non avevamo tradizione famigliare nel settore, tutta la mia famiglia proveniva da zone dove le viti muoiono di freddo e il vino non fa parte della nostra cultura.
Non mi piaceva lavorare in questo modo, sentivo che era un mio dovere saperne di più. Avevo venduto della Malvasia Istriana confondendola con Malvasia siciliana e credo che quel cliente, a Natale, mi abbia mandato una buona serie di maledizioni, quando ha assaggiato quella bottiglia di vino che io gli avevo descritto dolcissimo ed invece si è rivelato un buon vino secco da aperitivo. Una vergogna.
Sono andata al corso conscia di essere molto ignorante: esclusi i colori, rosso e bianco, non sapevo molto altro.
Di tutto il corso mi ricordo in particolare la prima lezione, anche perché alla fine ne sono uscita praticamente ubriaca, un’esperienza che non avevo ancora mai provato nella mia vita.
Eravamo in ventiquattro, quasi tutti uomini e fra questi molti dei grandi esperti della valle. Ci hanno posto davanti, sul tavolino un foglio con dei cerchi disegnati e numerati. Sul primo cerchio hanno messo un bicchiere, l’hanno riempito con due dita di un vino scuro e ci hanno detto di assaggiarlo.
“Questo è un vino troppo acidulo ” ci ha spiegato il relatore.
Ne ero convinta, avevo avuto l’impressione che i miei padiglioni auricolari volessero rattrappirsi.
Sul secondo cerchio hanno messo un bicchiere con altre due dita di vino rosso scuro.
“Questo vino è troppo tannico.”
Sapeva di legno, si aggrappava alle pareti dell’esofago e si rifiutava di scendere. Ok, avevo capito cosa volesse dire tannico.
“Trasferite il contenuto del secondo bicchiere nel primo e appoggiatelo sul terzo cerchio. Questo vino è tannico e acidulo”. Fantastico, già al terzo assaggio ne avevo abbastanza di vino, di acido e di legno.
Così via, fino al settimo bicchiere.
Avevo parcheggiato l’auto al Centro Culturale, in discesa, con la parte anteriore pericolosamente vicina alla scarpata. Mentre armeggiavo col cambio, mi è tornata in mente una frase che avevo sentito pronunciare da uno dei miei clienti, anni prima e che al momento non avevo valutato nella sua tragicità: “Sastu ce fastidi, a tirà fur la machine dal parchegio?”, riassumeva il mio stato d’animo, sai che problemi a venire fuori da quel parcheggio?
Avevo già pagato la quota intera del corso, altrimenti non ci sarei più tornata.
Per la lezione successiva mi sono organizzata e ho portato dei grissini; per fortuna non abbiamo mai più bevuto così tanto, in tre corsi di sommelier credo di aver bevuto al massimo un litro e mezzo di vino, forse due. In tre anni.
Assaggiare non è bere, l’assaggio va fatto in bocca, quasi niente va ingerito, quindi le quantità devono essere minime. Vedere quei sommelier che sputano fa decisamente impressione e a meno che non si debbano fare trenta assaggi uno dietro l’altro, si cerca di evitare di fare teatro.
Il primo esame l’abbiamo passato in dodici, tutte le donne che c’erano. La cosa diventava stimolante.
Al secondo corso siamo passati in 6 e al terzo in tre, di cui due donne.
Mia nonna era notevolmente preoccupata: che io andassi a scuola per imparare a bere non le andava giù, l’alcolismo era stata una piaga in Friuli e lei ne era ancora angosciata.
Ho imparato un po’ alla volta a capire il vino e quando capisci qualcuno, un po’ ti affezioni.
Ogni vino ha una sua storia e dietro l’etichetta c’è la faccia di chi l’ha fatto. Dentro ogni vino ci sono le stagioni: il sole, la pioggia, l’umidità e il secco; ci sono le cantine: le cisterne di inox , le botti nuove e le botti vecchie; c’è il vero concetto del tempo: il tempo della vendemmia, ed è una scelta difficilissima, il tempo della fermentazione ed il tempo del riposo …. in inox, in botte, quanto tempo?
In bocca senti se un vino è stato fatto a tavolino o se invece dietro ogni bottiglia ci sono state delle scelte, delle riflessioni, delle decisioni.
Quando senti tutto questo e lo capisci, a quel punto il vino diventa prezioso, indipendentemente dal fatto che tu lo abbia comprato a tre euro o a trenta.
Bisogna avere rispetto di quel vino, come ne abbiamo per il pane, che mai va gettato, per convinzione atavica.
Come il pane, il vino ha una sua sacralità. Chi comprende questo lo sa apprezzare nel modo giusto.
Non si tratta di conoscere “tutti” i vini, non si tratta di sapere tutto di un viticoltore, che a volte dimentica di essere un contadino e diventa un manager della sua immagine.
Si tratta di gustare una cosa fatta con la testa e a volte anche con il cuore, alzando il calice al lavoro ben fatto.
Al giornalista ho cercato di spiegare tutto questo, fra tante interruzioni di clienti che venivano ad acquistare e stando scomodamente in piedi: avrei potuto spiegarmi sicuramente molto meglio con un ballon di vino siciliano in mano, seduti con calma davanti ad un caminetto acceso, dopo cena.
Purtroppo non è stato così; spero che a quel simpatico giornalista capiti l’occasione giusta prima o poi, l’occasione col vino giusto, la compagnia giusta e anche con la giusta quantità di tempo a disposizione.
Sembra facile, ma che tutte queste componenti siano concomitanti sono casi eccezionali, sono momenti che vanno cercati.

Marito emigrante


Ho avuto anch’io il marito emigrante, per un breve periodo.
Gino è stato in Inghilterra per un breve periodo l’anno scorso: una commessa da consegnare rapidamente e quindi la necessità di tanta manodopera specializzata.
E’ stato un assaggio di un diverso modo di vivere la famiglia. Spesso mi dicevo : ”Stasera ne parlerò con Gino, vediamo cosa ne pensa lui” e invece dovevo decidere da sola; quando capitava qualcosa di bello, una bella cosa da raccontare, una soddisfazione sul lavoro, un bel voto dei ragazzi a scuola , non potevo dividere l’emozione.
E pensare che abbiamo sempre fatto una vita molto indipendente l’uno dall’altra, lavori completamente diversi e ritmi di vita quasi opposti: a volte sembrava non ci incrociassimo neanche.
In quei giorni provavo spesso un’impressione strana: mi sembrava di voler decidere di alzare un braccio e contemporaneamente scoprire che non ce l’avevo: strana come impressione, un secondo di smarrimento.
C’era sì il telefono, e la sera cercavamo di riassumerci le cose più importanti; sicuramente aiutava, ma non era la stessa cosa.
In quel periodo ho pensato spesso alla vita delle nostre nonne: non solo la fatica del tirare avanti casa e famiglia, ma anche la mancanza di dialogo, di condivisione, di calore.
Nelle storie dell’emigrazione si parla di questi poveri, perché poveri e dignitosi erano, uomini, e poco delle loro donne.
Le mogli rimanevano sì nella loro comunità, su cui potevano contare, ma erano ugualmente sole.
E credo che a lungo andare anche i loro uomini diventassero estranei e sconosciuti: se non si invecchia assieme c’è il rischio di non riconoscersi più. Povera gente.

Le mie nonne


Sono appena arrivati 50 cartoni di un vino umbro e li abbiamo scaricati velocemente perché fuori piove: io e il trasportatore abbiamo fatto avanti e indietro assieme e abbiamo finito presto.
Queste sudate fanno bene, servono a tenere allenata la schiena e le braccia. Alla fine veniva voglia di “battere il cinque” con la mano, fatta anche questa!
Sono lavori da uomini, non sta bene vedere una signora che suda facendo fatica.

Non so se sia così, forse le regole sono cambiate.
Le nostre nonne non avevano i mariti vicino, gli uomini lavoravano all’estero e loro si arrangiavano completamente in campagna e nella stalla, mai avrebbero potuto aspettarsi un aiuto.
E’ naturale, nella nostra cultura, fare quello che c’è da fare senza problemi d’ immagine.
Mia nonna non sapeva cucinare dolci, per lei era tempo perso, il cibo era nutrimento, non divertimento. Però nella stalla tutto era sotto controllo e d’estate andava a falciare il fieno in alta montagna e lo portava giù nella gerla sulla schiena. Era stata a scuola fino alla terza elementare, poi la scuola finiva lì. Siccome lei era brava le hanno fatto ripetere la terza di nuovo, così sarebbe stata a scuola ancora un po’.
Mia nonna Benvenuta invece aveva avuto un’esperienza diversa. Suo padre era andato all’estero ma si era portato dietro la famiglia. Era decoratore, uno di quegli artisti che ricreavano sui muri il legno e il marmo. In Baviera ci sono molte chiese nelle quali quando entri sei abbagliato dal chiarore del marmo rosa o azzurro e poi scopri che è tutto legno dipinto. Il mio bisnonno abitava in Carinzia, a Klagenfurt; era ricco , possedeva anche un calesse col quale è andato a ritirare la medaglia d’oro del Keiser quando è diventato Meister, cioè maestro.
Ogni volta che sua moglie era incinta la rimandava in Italia, voleva che i suoi figli nascessero comunque italiani. Aveva avuto otto figlie in fila e poi finalmente un paio di maschi. Mia nonna era la più grande e aveva frequentato la scuola per signorine che in Austria era quasi d’obbligo nelle buona famiglie. Si imparava l’economia domestica, la cucina, il ricamo, nozioni di alimentazione, il galateo. Uscita di lì eri una perfetta donna di casa.
Quando si è trattato di dover prendere la cittadinanza austriaca, nel 1915, il nonno ha lasciato tutto ed è tornato in Italia.
Avevano una bella casa nella Villacherstrasse, vivevano in città, la nonna raccontava sempre che d’inverno pattinavano sul Wörthersee ghiacciato. Sono ritornati in Carnia, in un piccolo paese di montagna, un altro mondo. Chissà come l’hanno vissuto mia nonna e le sue sorelle questo ritorno? Per i loro genitori era tornare a casa, in un luogo a cui erano legati dai ricordi d’infanzia. Le ragazze non devono averla presa bene, immagino. Non ho mai potuto parlarne con nessuno, l’ultima sorella di mia nonna, la zia Irma, è mancata pochi anni fa e mi dispiace molto di aver sempre rimandato quell’incontro, che desideravo, perché mi raccontasse le sue impressioni e i suoi ricordi.
E’ proprio una fetta della mia storia che mi manca. Quella che conosco è la storia raccontata dagli uomini: “Non volevo diventare austriaco e quindi ho ricominciato daccapo in Italia”. E le sue donne, le aveva solo informate della decisione o ne aveva discusso con loro? Non credo, a quei tempi le donne non si sarebbero neanche sognate di esprimere un’opinione.
A questo punto preferisco veramente il mio oggi: scaricare 25 pacchi da 20 kg e poi decidere con mio marito cosa fare del nostro futuro.
Siamo fortunate noi donne del XXI secolo: abbiamo i mariti accanto, non tornano a casa per Natale per poi ripartire dopo aver messo in cantiere un altro figlio, e possiamo anche discutere con loro. Peccato che spesso non ce ne rendiamo conto.

I corsi di sommelier /Schioppettino 2005


Ieri sera ho fatto tardi e oggi sono immersa in un limbo ovattato, ho faticato a riempire gli scaffali e a salire su e giù dalle scale, non vedevo l’ora di potermi sedere.
E’ stata una bella serata: una degustazione di vini francesi, sul Faaker See, in casa di amici.
Non sono sciovinista, ma la tanto decantata enologia francese non fa sempre cose eccellenti: alcuni di quei vini erano, se non ordinari, addirittura disarmonici.
E’ stata comunque una bella occasione per passare una bella serata con una compagnia cosmopolita: un’ amicizia fra colleghi che lavorano nella stessa azienda ma provengono da Francia, Germania, Stati Uniti, Italia.
Si è parlato un po’ di tutto, passando dal francese al tedesco all’inglese.
Quando sei immerso in quest’atmosfera riesci incredibilmente a comprendere tutto e anche se poi ti esprimi nella tua lingua, comprendi che anche gli altri ti capiscono.

Forse quello che mancava ieri sera era l’abbinamento giusto con il cibo.
Pochi sono i vini che puoi bere così, da soli. Quasi tutti gli altri si valorizzano se accompagnati al piatto giusto. Noi italiani per questo siamo fortunati, la nostra cucina è talmente fantasiosa e variegata che ogni vino ha sicuramente più di un piatto su cui si accompagna.
Queste cose le ho scoperte al terzo corso di sommelier.
Il primo corso si occupava quasi unicamente d’enologia, di come si fa il vino. Il secondo era un cammino di conoscenza di nomi e vitigni e zone vinicole: molto mnemonico, nel complesso noioso. Il terzo corso è stato il più interessante. Si svolgeva in un ristorante: era presentata una pietanza, analizzandone la preparazione e nel corso di ogni lezione c’era l’incontro con esperti di vari settori (micologi, norcini, casari). Alla pietanza erano abbinati vini diversi per arrivare pian piano a capire quale potesse essere l’abbinamento giusto e quello che invece toglieva gradevolezza al piatto.
E’ stato molto interessante, veramente appassionante.
Ogni volta che assaggio un vino subito immagino a quale piatto potrebbe essere accompagnato e la cosa interessante è trovare quello giusto. Qualche volta capita di assaggiare un vino e pensare immediatamente: “questo va bevuto da solo”.
Non capita spesso, sono quei vini che hanno tutto: corpo,… in bocca senti il frutto, carnoso; profumi,…quelli che di solito leggi nelle descrizioni ma che poi è difficile trovare… la cannella, il cuoio, le spezie e il tostato del legno della botte.
Un vino così va aperto per “il gusto di bere”: si stappa questa bottiglia in compagnia di un paio d’amici, per gustarlo a sorsi piccoli, parlando. A temperatura giusta e dopo aver atteso il tempo necessario perché respiri di nuovo.

Queste non sono sicuramente cose che s’ improvvisano, vanno premeditate e non si fanno molto spesso.
Sono piccole cerimonie e servono soprattutto per comunicare. Il vino è il mezzo che consente di riuscire a raggiungere lo spirito adatto, questo non perché l’alcol abbia sciolto le tue inibizioni, ma perché il rituale è lento ed invita alla riflessione.
Troppo difficile da spiegare, sembra una cerimonia magica.

Poco fa spiegavo ad un cliente che il vino che gli stavo proponendo era leggero ed andava benissimo accompagnato ad un piatto di spaghetti al pomodoro. Mi ha chiesto a bruciapelo: “Ma è vero che voi italiani mangiate la pasta ogni giorno?” più o meno sì. “Ma come fate?” Abbiamo 365 sughi diversi. Ha riso, ma è vero.
Voleva sapere quali altre ricette oltre al ragù, all’amatriciana e alla carbonara ci fossero. Gli ho scritto su un foglietto la ricetta della pasta ai peperoni e gorgonzola, una cosina leggera.
Ha detto che la proverà subito, va a comprare gli ingredienti e stasera la prova, abbinata al vino che gli ho venduto. E’ uno Schioppettino del 2005, gli ho spiegato che la prima impressione in bocca sarà quella del pepe appena macinato, che poi scompare; starà benissimo col dolce/piccante del peperone e la rotondità aromatica del gorgonzola.
Mai avrei pensato di tenere dei corsi di cucina.
Se lo sapessero mia madre e soprattutto mio figlio, mi farebbero immediatamente “calare le ali”. Ma se il mio gentile cliente austriaco è convinto che tutte le donne italiane siano “mamme /cuoche”: perché togliergli questa certezza?

Mio zio Luigi


Mio zio Luigi mi voleva molto bene. Era il fratello di mia madre, non aveva avuto figli suoi ed io ero la prima bambina che girava per casa.
Mi faceva saltare in aria e mi riprendeva al volo, mi faceva il solletico per sentirmi ridere, il ricordo è quello di mani forti e di una grande energia.
Aveva un carattere sensibile ed insicuro, anche se apparentemente appariva sicuro di sé, sempre cordiale. Credo fosse per il fatto che aveva perso il papà da piccolo e che la mamma aveva dovuto, suo malgrado, diventare una donna energica, molto possessiva nei suoi confronti.
Lavorava alla vecchia funivia, era macchinista. Stava tutto il giorno in una cabina di manovra a monte e regolava la partenza delle due cabine. Un lavoro di responsabilità ma fondamentalmente monotono e ripetitivo, con lunghe pause di noia ed attesa.
Spesso andavo su a fargli compagnia, ho ancora vivo il ricordo del rumore sordo della sala macchine e l’odore penetrante dell’olio lubrificante delle funi.
Era un uomo abituato a lavorare all’esterno, con energia, nel bosco; a quella vita si era rassegnato, in fin dei conti era ben pagato e stava al caldo.
Dormiva nella stazione a monte per lunghi periodi, tornava a casa sempre meno spesso.
Era fondamentalmente solo, anche se ha avuto sempre una donna vicino: la sua solitudine interiore non lo lasciava essere completamente di nessuna donna.
La tristezza lo aveva avvicinato all’alcol, e di questo si vergognava, ma contro quell’ angoscia che ti suona dentro, se non sei forte, hai poco da combattere.
L’ultimo periodo della sua vita, dopo la pensione, sembrava potesse essere più sereno. Poi un tumore all’esofago, in sei mesi se n’è andato. Ha avuto modo di prepararsi, lui lo sapeva dal primo momento e lo irritavano i discorsi falsamente ottimisti di chi gli era attorno.
Sapeva e si era rassegnato da subito, non ne parlava e basta.
E’ morto alle sei del mattino all’ospedale di Udine, ero lì con lui.
Non voleva mai disturbare, non chiedeva niente.
Io avevo portato un libro di economia politica e cercavo di studiare e lui solo la sera prima voleva capire a cosa cavolo mi servisse quella roba: me lo stavo chiedendo anch’io, in quel periodo.
Ero lì perché non fosse solo, non ero utile per nient’altro; parlavamo poco, non c’era molto da dire, la dignità del distacco era anche in questo. Se aveva bisogno di qualcosa mi chiedeva di chiamare l’infermiera, era umiliante per lui che io potessi vederlo nudo o scomposto.
Io uscivo e ritornavo quando l’infermiera mi faceva un cenno: mi sono scusata con lei, avrei potuto fare io, non ero una bambina e avevo già due figli. Ma l’infermiera capiva, diceva che era meglio così.
Si è spento con affanno ed io ho potuto capire cosa vuol dire morire. Veder nascere ti cambia la vita e veder morire te la cambia ancora di più. Ti rendi conto che la morte è un compimento ed anche un inizio: pensi “è finita” e senti che non può essere finita.
Non è possibile che quello straccio che hai lì davanti, solo pochi secondi prima fosse vita, desiderio di vita, e così, a chiusura del capitolo, non ci sia più, finito, sparito.
Deve esserci qualcosa, qualche posto dove questa eco continua, dove questo vibrare di emozioni continua a vivere.
Credo che la simpatia e il cameratismo che mi lega a quegli amici che lavorano sugli impianti di risalita nasca anche da tutto questo.
E’ dentro di me: quando vedo una fune che gira, quando sento il fruscio dei carrelli su cui scorre e l’odore acre dell’olio, nell’aria sottile che c’è solo lassù, ogni volta sento una nostalgia malinconica.
Sembra che mio zio Vigj possa spuntare da dietro l’angolo, con le mani in tasca e il passo dinoccolato, il ciuffo biondo spettinato.
Ogni volta che la cabina arriva alla stazione di monte ed io scendo, immancabilmente trovo un sorriso, un ciao, anche solo un semplice cenno.
La malinconia passa subito, si va avanti.